Progetti Da quassù la Terra è bellissima viaggio a Calais e Dunkerque

Diario Calais e Dunkerque 1

La città di Calais è una città di passaggio, di gente in transito, attraversata da molti e abitata da pochi.
Quando ci arriviamo è notte, il tempo è pessimo e non sappiamo bene dove dirigerci. Come usciamo dall’autostrada ci rendiamo conto che sta accadendo qualcosa: i larghi campi e i piccoli boschetti che circondano la strada non sono bui come ci aspettavamo, sono illuminati da un costante lampeggio di luci blu. Decine, centinaia di agenti e mezzi di polizia, piantonano palmo a palmo ogni metro quadrato di terreno intorno a noi. In lontananza si scorge un grande fuoco e tutt’intorno baracche di legno, tendoni e altre strutture parzialmente demolite. Siamo arrivati, quella è la “Jungle”, o almeno quello che ne rimane. Si intuisce che lo sgombero, in corso ormai da diversi giorni e temporaneamente sospeso, è nuovamente in atto. I nostri contatti in loco non stanno lanciando allarmi, dopo un viaggio di 11 ore senza soste decidiamo di accamparci. E’ molto tardi e non è possibile ormai raggiungere nessuna delle strutture gestite dagli attivisti impegnati nella gestione dell’emergenza migranti, dunque passiamo la notte accampati vicino al porto pronti per iniziare l’indomani la nostra prima giornata a fianco di chi, da mesi, sta mettendo anima a corpo nel tentativo di restituire dignità a persone per le quali sembra essere in discussione lo stesso diritto all’esistenza.
La notte passa faticosamente a causa delle cattive condizioni del tempo e della nostra precaria sistemazione ma la mattina dopo siamo in ogni caso pronti ad incominciare la nostra esplorazione.
Il primo posto dove ci rechiamo è la “Calais Warehouse”, il magazzino dove tutto il materiale viene ricevuto, smistato, classificato e poi distribuito fra i due campi (la Jungle e Dankerque).
Entrare nella Warehouse fa riaffiorare immediatamente ricordi più e meno recenti ed è difficile descrivere a parole le sensazioni suscitate. Un centinaio di volontari sono impegnati in frenetiche attività di carico e scarico, smistamento, catalogazione e divisione di una innumerevole quantità di materiali, dai beni di prima necessità fino al materiale tecnico e tecnologico. Si lavora a ritmi serratissimi e senza sosta.
Scarichiamo il nostro fugrone con il materiale che abbiamo portato in dono da Milano, per la maggior parte abbigliamento e calzature invernali per bambini, carichiamo tutto su un carrello che nel giro di pochi istanti viene trasportato all’interno di questo enorme capannone e preso d’assalto dai vari gruppi che si occupano della prima cernita di materiale. Perdiamo subito di vista tutti i sacchi e scatoloni che abbiamo consegnato il che ci fa pensare che tutto il materiale sarebbe arrivato in poche ore nelle mani (o nei piedi!) di chi ne ha bisogno.
E’ impossibile rimanere in un luogo come questo per più di pochi minuti senza fare nulla quindi nel giro di un quarto d’ora siamo tutti impegnati nelle attvità del magazzino. Non ci sono dei veri e propri coordinatori delle attività, basta chiedere a chiunque cosa ci sia da fare, e si è subito operativi. Chiacchierando con gli altri volontari capiamo che non esiste una vera e propria rotazione di turni, ma ognuno arriva quando può. Molti sono qui solamente da uno o due giorni e già sono in grado di coordinare attività complesse e accogliere i nuovi arrivati. Lavorare in questo contesto ricorda tante belle esperienze del passato dove da un “serve una mano?” a essere parte integrante di qualcosa di nuovo passava a malapena mezz’ora…
Il pranzo è servito! Le cucine lavoravano senza sosta dalla prima mattina per garantire migliaia di pasti caldi per i due campi e una piccola parte viene conservata per i volontari che si prendono giusto il tempo di mangiare e bere un caffè, prima di sparire nuovamente sotto a montagne di vestiti e materiali alte fino al soffitto.
A proposito della cucina, gestita dai ragazzi di Artists in action che avevamo recentemente ospitato a Milano, decidiamo di dedicarci alla distribuzione dei viveri durante il pomeriggio in modo di poter dare anche un primo sguardo al campo di Dunkerque, dove quella particolare partita era diretta e una volta caricato il furgone partiamo assieme a loro.
L’ingresso del campo è presidiato dalla polizia che ci lascia passare senza troppi problemi e raggiungiamo presto l’area di distribuzione vivande del campo. Il campo si presenta come un grosso e fangoso cantiere, con decine di mezzi che vanno e vengono (ripetuto dopo) trasportando materiale e aiuti e centinaia di volontari impegnati in ciascuna attività. Il campo è stato allestito interamente da MSF ma ci spiegano che appena i lavori saranno terminati verrà effettuato un passaggio di consegne all’associazione Utopia56 con i quali dovremmo prendere contatti domani in mattinata.
I pullman di migranti che arrivano dalla Jungle e da altre situazioni temporanee vanno e vengono (cambiare) in continuazione e la maggior parte della gente si accalca sotto una gigantesca tettoia provvista di torrette elettriche per caricare qualche telefono e contattare i propri parenti, molti si trovano al di là dello stretto vivendo con la speranza costante di riabbracciarli.
Il punto di ditribuzione pasti è un vecchio e decrepito furgoncino dei panini, con ancora la scritta hot-dog visibile, si forma una lunga e ordinata coda in mezzo alla distesa di fango dove è parcheggiato.
Poco distanti ci sono le prime unità abitative in legno, appena costruite e già operative nonché alcune strutture in muratura pre-esistenti dove si stanno allestendo le cucine, i magazzini e i locali tecnici per l’autocostruzione.
Passiamo il resto della giornata proprio là, aiutando con la sistemazione e la costruzione di porte in legno per chiudere i locali già molto umidi dove poco dopo verranno riposti tutti i materiali non deperibili di prima necessità (pannolini, assorbenti, coperte, etc..) che arrivano direttamente dalla Warehouse di Calais.
Tutto intorno è un via vai di persone, di partite di calcio improvvisate nel fango, di bambini che si rincorrono e ridono. I bambini ridono sempre, anche nelle situazioni più avverse, basta un pallone o un paio di pattini a rotelle.
Quando fa buio, torniamo di nuovo ai capannoni della Warehouse, dove ci lasciano parcheggiare all’interno per passare la notte in un posto leggermente meno ventoso e più asciutto, insieme ad un’altra ventina di furgoni e camper di persone come noi, arrivate da poco o stabili da mesi, in quello che è il grande dietro le quinte della gestione dell’emergenza.
Una piccola cena improvvisata e ci mettiamo a dormire. Scrivo queste poche rige rintanato nel sacco a pelo. In sottofondo musica, c’è una festa nelle vicinanze, un “happy birthday” intonato a gran voce. Il magazzino è chiuso, le luci spente e la notte cala anche per noi. Domattina alle 9 tutto riapre e questo luogo si animerà nuovamente con la stessa grinta e lo stesso umore di ogni giorno.

Accio

#openborders #safepassage

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