Progetti Da quassù la Terra è bellissima viaggio a Calais e Dunkerque

Diario Calais e Dunkerque 3

Basta poco per sentirsi parte di qualcosa, per ambientarsi, per adattare i propri ritmi e rivalutare la scala delle proprie priorità. Nonostante la permanenza alla wharehouse si rivela estremamente poco confortevole, ci si sveglia la mattina presto carichi ed energici per iniziare un’altra giornata di lavoro.
Oggi non è un giorno qualunque però, perché purtroppo è l’ultima giornata piena che abbiamo a disposizione dal momento che domani a quest’ora staremo già viaggiando verso casa.
In effetti quando ci si immerge in questo tipo di contesti, si inizia a ragionare in funzione delle cose da fare tralasciando tutto il resto. E un po’ anche a noi, è quasi sfuggito il fatto che una delle ragioni per le quali ci siamo messi in viaggio sono gli aiuti. E’ vero che siamo arrivati carichi di donazioni il primo giorno, ma è anche vero che disponevamo anche di una discreta somma di denaro accumulata durante una serie di eventi svoltisi a macao sul tema delle migrazioni e che era arrivato il momento di utilizzarla.
Una cosa interessante che apprendiamo passando del tempo nella wharehouse, è che arriva veramente di tutto e in qualsiasi formato, ma per qualche strana ragione statistica alcune particolari necessità non vengono coperte. Magari mancano le scarpe di numero 42 a fronte di centinaia numero 43 o 41, magari mancano taglie piccole di vestiario a fronte di abbondanza di altre dimensioni e via così. Quella mattina facciamo una chiacchierata con chi si occupa di coordinare gli arrivi di materiali e che ha quindi bene in mente cosa di assolutamente necessario manca in quel momento: si tratta appunto di scarpe di una certa dimensione, biancheria maschile in certe taglie e guanti per il freddo da uomo. Ah, e tonno in scatola! Già perché anche la maggior parte dei viveri sono frutto di donazioni spontanee e spesso mancano piccole quantità di alcuni alimenti per permettere ai volontari di configurare delle razioni di cibo non deperibile da distribuire in momenti di estrema necessità a lato della distribuzione dei pasti caldi quotidiani.
Nel giro di un oretta facciamo ritorno al magazzino con il materiale acquistato ma prima di scaricarlo veniamo coinvolti nella conta di coperte e trapunte. “Ne servono 500 e anche urgentemente” mi dicono mentre parcheggiano un furgone pronto per essere caricato. Non riesco a capire a quale dei campi sono destinate ma con molta probabilità andranno a Dunkerque, luogo nel quale la maggior parte delle energie sono concentrate negli ultimi giorni.
Decidiamo di non seguire il camion verso il campo nuovo ma ci rechiamo nuovamente alla Junglee, sapendo che anche oggi la tensione sarebbe stata molto alta. Quando arriviamo ci sono due grossissimi incendi e un cordone di polizia in assetto antisommossa che impedisce a chiunque di avvicinarsi. Le fiamme sono altissime e si sentono numerose esplosioni provenire dal rogo. Ci spiegano che si trattava di uno dei ristoranti autogestiti del campo, che ha preso fuoco accidentalmente. La cosa sconcertante però è che la situazione non era affatto critica e i presenti stavano iniziando a svuotare la baracca dai materiali pericolosi come le bombole del gas e il legname per i forni, ma la polizia ha immediatamente colto l’occasione per far bruciare l’ennesimo pezzo del campo sud, impedendo l’intervento di chi si era recato sul posto con gli estintori nonché dei vigili del fuoco spesso spettatori inermi dei roghi costanti del campo. Da li a poco le fiamme si estenderanno anche alle piccole abitazioni circostanti costringendo gli occupanti a scappare velocemente lasciandosi ogni cosa alle spalle. La tensione, già alta, sale ulteriormente quando la polizia inizia a trascinare fuori dalle baracche chi si rifiuta di abbandonarle. Dal rogo si alza una colonna di fumo nero di plastica che rende l’aria irrespirabile obbligando tutti ad allontanarsi ulteriormente dall’area, sempre incitati e spinti dagli agenti. Si sentono urla provenire al di la del cordone, al di la del fuoco, dall’altra parte del campo. In lontananza la scia di un lacrimogeno e fischi. Questa è ormai la quotidianità nella Jungle di Calais.

Dopo qualche peripezia, riusciamo a raggiungere il lato opposto, quello dal quale si sentivano le urla, dove però situazione si è completamente riappacificata. Folti gruppi di persone radunati nell’ampia distesa di sabbia circondata anch’essa da un cordone di polizia, si sfidano in improbabili prove sportive. Buffe rivisitazioni di lotta greco-romana, lancio del peso e salto in lungo vengono messe in scena fra urla di tifo, scommesse e risate. La tensione è stata sostituita dall’ilarità. Di nuovo la forza di queste persone, di chi vive in questa condizione da molti mesi mesi, viene fuori tutta assieme lasciandoti completamente senza parole. Tutto intorno, le facce cupe e serie degli agenti, quasi indispettite dall’atmosfera di allegria e distensione venutasi a creare intorno a loro.
Ci spostiamo all’interno delle viuzze del campo per bere un chai. Mi trovo molto più a mio agio accomodato su un tappeto in una di queste baracche-ristorante che nella maggior parte dei locali in cui mi sono seduto negli ultimi anni. Si chiacchiera con tutti e tutti vogliono farci domande: gli Italiani fanno sempre l’effetto di “ah Italia! Milano, Roma, Napoli!”.
Non mi sorprende che moltissime persone, soprattutto di origine afgana, parlino discretamente l’italiano: si tratta di persone con regolare permesso di soggiorno che hanno perso il lavoro o comunque non hanno prospettive al di fuori della stagione estiva. Tutti cercano in un modo o nell’altro di raggiungere il Regno Unito, ma in caso di insuccesso sarebbero pronti a ritornare in Italia. Parliamo con persone che sono state specialmente al sud, nella stagione dei raccolti a lavorare nei campi per pochi spiccioli al giorno. Si parla di Italia, di lavoro, di soldi ma anche di mafie: è qui che realizzo, con molta inquietudine, che molti di loro con le mafie ci hanno avuto a che fare. La cosa più assurda è che tutti, nessuno escluso, considerano queste organizzazioni criminali come qualcosa di positivo, qualcosa che da opportunità… “Italiano! Mafia, mafia buona! Lavoro!”. E’ da queste cose che capisci quando una nazione ha completamente sbagliato le proprie politiche sul lavoro e sull’immigrazione… quando le organizzazioni criminali come quelle di stampo mafioso diventano una speranza concreta persino per persone che arrivano da fuori questi contesti, ti rendi conto di quanto sia necessario buttare via tutto e ricominciare da zero.
Nel frattempo il grande incendio della parte sud è stato domato e il cordone di polizia si rompe ricongiungendo le due parti di campo che erano state isolate per molte ore. La calca per raggiungere le macerie ancora fumanti è piuttosto grossa: tutti si aggirano fra i residui inceneriti delle costruzioni alla ricerca di qualcosa da recuperare che si sia salvato dalla furia del fuoco.
E’ una scena abbastanza deprimente, considerato tutto. Alcuni di loro hanno perso tutto ciò che avevano e che magari avevano impiegato mesi a costruire. Si parla di una piccola attività nel campo, ma anche semplicemente del giaciglio dove coricarsi, di vestiti e oggetti d’uso quotidiano. Nulla è rimasto, spazzato via dall’indifferenza di chi non ha permesso di domare le fiamme ore prima.
Oramai la sera è calata e ci rintaniamo in un altro locale all’interno del campo scambiando parole con attivisti e migranti in un unica lunga tavolata.
Di li a poche ore saremmo stati sulla strada del rientro e nessuno ancora sarebbe riuscito a realizzarlo fino all’istante prima della partenza. E’ impossibile lasciarsi un posto del genere alle spalle. C’è troppo da fare per andarsene via. Come abbiamo fatto a non pensarci? Come abbiamo fatto a convincerci che 4 notti sarebbero state sufficienti? E’ vero, avevamo una missione di consegna di aiuti, ma allora perché non li abbiamo spediti? Perché abbiamo sentito la necessità di venire di persona? Di partecipare attivamente alla quotidianità dei campi?

Forse più dei banali, seppur vitali, aiuti materiali c’era la volontà di vedere e di capire davvero cos’è la Jungle, chi sono le persone che l’hanno costruita e che la abitano ma soprattutto cosa sta succedendo. Perché, nella civilissima europa, migliaia di persone sono state costrette a crearsi un rifugio dal fango e dal nulla? Perché ora che, nell’instabilità totale della loro eterna ricerca di un passaggio al di la della Manica che non arriverà mai, erano riusciti almeno a costruirsi un luogo per l’attesa, glielo stanno radendo al suolo col fuoco?
Quattro giorni bastano a consegnare degli scatoloni, ma non a rispondere a domande come queste e mentre ci allontaniamo dal campo per rientrare alla wharehouse, dove ci aspetta l’ultima notte, si manifesta la convinzione di tutti: presto torneremo qua.
Il rientro purtroppo non si può rimandare, ma si guarda il calendario, si cerca un buco tra i mille impegni di ognuno, si pianifica come ci si potrebbe muovere a brevissimo, nel prossimo futuro.
In fondo Pasqua è vicinissima, con un po’ di organizzazione, magari di aiuto, si potrebbe portare presto un nuovo carico di materiale, soprattutto umano.

Questo breve viaggio ha risvegliato in noi istinti dormienti, che saranno difficili da placare, consapevoli che in quattro giorni non abbiamo visto niente, non abbiamo fatto niente, in proporzione al piccolo universo che abbiamo trovato a Calais.

foto di Flavia Sciré

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