Progetti Cinemacello NOCTURNAL REFLECTION

NOCTURNAL REFLECTION:Stalker

Mercoledì 8 Giugno

Nocturnal Reflections presenta:

STALKER
di Andrei Tarkovsky
(USSR 1979. 155 min)

prima proiezione: ore - 21:00
seconda proiezione: ore - 00:00

Hangar, Macao - Milano
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"Nella mia infanzia il mio carattere somigliava più a quello di una pianta, non pensavo molto, piuttosto sentivo, percepito.
Ancora oggi tendo ad avere un approccio col mondo più a livello emotivo e contemplativo, non cerco di ragionarci su quanto piuttosto di percepirlo come possono fare un animale o un bambino e non un adulto che è in grado di ragionare sulla vita e trarne poi le sue conclusioni"
Andrei Tarkovsky

Avrebbe forse senso valutare Stalker più come un rito di iniziazione che per il suo valore artistico e la sua tutt’ora insondabile risonanza in molteplici aspetti della cultura moderna. Un cammino verso l’ignoto cinematografico o una parabola come il regista Andrei Tarkovsky lo definisce.
Nei contorni un film relativamente semplice, una guida (Stalker) conduce due personaggi all’interno di un area proibita, la Zona, nel cuore della quale c’è una stanza in cui si narra tutti i più grandi desideri possono esser realizzati.
L’essenzialità del suo concepimento si contrappone in modo paradossalmente armonico alla sua disorientante profondità o al drammatico e quasi religioso sacrificio che ha consentito la realizzazione dell’opera. Il piano iniziale di girare il film in Tajikistan fu abbandonato per causa di un terremoto e la produzione fu spostata in una centrale idroelettrica evacuata in Estonia. Tarkovsky insoddisfatto della fotografia decise di girare una differente versione dello script una seconda volta negli stessi luoghi, tanto che Il tecnico del suono Vladimir Sharun dichiarò che le morti per cancro dello stesso Tarkovsky, della moglie Larissa e di uno dei protagonisti del film Anatoly Solonitsyn (lo Scrittore) furono causate dalle contaminazioni di una centrale chimica poco distante dal set, circostanza questa che aggiunge al film una facoltà profetica che se applicata a svariati elementi della storia porta lo spettatore ad osservare, attraverso una costante e palpabile nebbia radioattiva presente come un elemento spettrale a saturare le tonalità cromatiche per quasi tutta la durata della pellicola, l’imminente viaggio nella tragica luce della storia recente.
L’idea che Stalker in qualche maniera preannunciò la Zona di Esclusione attorno a Chernobyl rende l’opera di Tarkovsky colma di un potere quasi divinatorio, nella stessa misura in cui il regista che invita ancora una volta, più forse che in tutte le sue altre opere lo spettatore ad interpretazioni allegoriche. La pellicola di fatto è girata alla fine degli anni 70, quando l’Unione Sovietica ormai diventata un vasto campo di prigionia, è infestata dalla memoria dei gulag in uno scenario storico dove la libertà era concessa solo all’interno delle recinzioni.
La ricerca dell’orientamento spaziale, compiuta dallo Stalker, potrebbe simboleggiare la necessità umana di un orientamento psichico dove il pensiero, il sentimento, l’intuizione e la sensazione consentono all’uomo di affrontare all’interno della Zona le impressioni che egli riceve dal mondo esteriore e da quello della sua intimità. E’ per mezzo di tali funzioni che egli comprende e assimila la sua esperienza. E’ attraverso tali funzioni che egli può riuscire a liberarsi totalmente.
E’ nel mezzo di questo rito di passaggio che il regista attraverso la prospettiva del suo protagonista cerca un equilibrio tra le due linee di sviluppo in eterna contrapposizione, quella interna spirituale e quella esterna materiale. Sta ad ognuno di noi prendere coscienza che nella nostra vita esiste un conflitto fra avventura e disciplina, male e virtù, libertà e sicurezza.
In un intervista Tarkovsky considera persino la possibilità che la Zona non esista veramente e che sia soltanto un invenzione dello Stalker, in questo caso l’ennesima allegoria per descrivere l’ambivalenza che ci tormenta e alla quale non ci sembra di poter mai arrivare a dare una risposta conclusiva, se non passando attraverso il processo che si avvia con un rito di sottomissione, cui segue un periodo di costrizione e quindi un rito finale di liberazione.

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