Residenze casamatta

Manifesto per una mostra

via Operaviva

Ilaria Bussoni, Nicolas Martino, Cesare Pietroiusti
Sensibile comune. Le opere vive

Manifesto per una mostra

31 ottobre 2016

Una, molte storie sono finite e altre se ne aprono
È il centenario della Rivoluzione sovietica, cent’anni dall’Ottobre 1917. Non si temono i cavalli cosacchi intorno alle fontane di Roma. E di nessun’altra città del mondo. Altri sono i barbari il cui arrivo incute timore. Le mura della cittadella della finanza dal 2008 non cessano di crollare. Eppure resistono nelle loro fondamenta monetarie, nonostante le crepe aperte dai movimenti sociali, dalle notti in piedi, dalle fughe dei migranti. Le vite indebitate si stringono alla ragione neoliberale, e al monte dei pegni portano gli affetti pur di liberarsi dalle colpe. Si torna a essere individui, difensori proprietari di odii e frustrazioni. Ciò che fu comune fu svenduto, comprato con i rigori di bilancio e ritagliato sui giudizi delle agenzie di rating. Gli immaginari inebetiscono in attesa di supereroi. Poveri e ricchi consumano psicofarmaci, di fasce diverse. Le lingue insegnate sono quelle parlate dai tecnici e dai burocrati. Le eccezioni del diritto proliferano, disegnando cartine del potere e di chi comanda, e della logistica. Il futuro è un tempo verbale, ma non di tutte le grammatiche. Prima di giocare si insegna ai bambini a discutere delle regole. Il lavoro è talvolta una variante dell’accattonaggio. Si dorme di meno. La vita ha spesso le forme che le dà il denaro. Adesso le ginestre rischiano di diventare insopportabili. Una, molte storie sono finite e altre se ne aprono.

Il sensibile è questione di lotte
Corpi votati ad altro che al loro dominio tracciano strade. La felicità non è un diritto. Architetture del godimento sfuggono ai realismi nuovi, e che sono stati, anche quando sociali. Un gesto spariglia le carte distribuite. Si è smesso di credere alle S maiuscole. Ci si affida agli istanti pericolosi, mentre si scopre l’ubiquità. L’uso è la misura della creazione. Lo spirito si esprime nei motti non nei monumenti. Torna la sofistica e l’arte della dissimulazione. Il popolo manca e continuerà a mancare. L’opera si dissolve nella vita. Siamo tutti artisti ready-made. Monocromo lo è anche un vino. Si interroga l’ecceità. Il sapere viene da strani animali, metà gatti metà agnelli, metà ragni metà santi. Il fine di un gesto è nel suo stile. Autoctono è chi ci vive. Le riserve non difendono ma recintano. L’arte non viene dall’angelo. Il condizionale passato è stato abolito. La grazia è nel Terzo Paesaggio. Il denaro può essere mangiato, ma non sa di molto. Il comune è il tessuto della nostra emancipazione. Tra l’altro, si dipinge. Il sensibile è questione di lotte. Il sapere è sociale e l’ignoranza è condivisa. Si strappa il sublime al cielo notturno. Le rivolte sono estetiche. La comunità è di traduttori. Anonimi. Si tesse.

Si andrà in cerca di forme del sensibile per strapparci anzitutto a noi stessi, per sottrarci al dominio e inseguire il godimento, per indurci una maggiore potenza di agire e affetti di gioia. Per tessere un comune che ci precede, ma che non ci è mai dato senza il nostro farne parte anche nell’esperirlo
L’incontro tra teoria critica, attivismo e ricerca artistica può darsi. Anche in un museo. Qui l’incontro avviene sul piano uno e triplo del «senso»: significazione, direzione di un moto, percezione. È così possibile immaginare un piano, e altri mille, sul quale significazione, direzionalità, sensorialità interagiscano e rafforzino le rispettive potenze.

Si può immaginare che le diverse pratiche del pensiero e della produzione artistica non siano ordinate secondo criteri generali, ovvero di trascendenza e di subordinazione, ma interagiscano scambiandosi di posto, interferendo e arricchendosi. Così ci si può adoperare perché alcune opere della collezione di un grande museo statale non siano esposte per chiamare il pubblico dei visitatori alla consueta attività di osservazione, ma per essere usate, o per diventare vettori di un confronto, voce tra altre voci, pre-testi per altre opere, che a loro volta saranno pensate, invece che come risultato finale del processo, come strumenti per passaggi ulteriori, opere all’ennesima.

Ci si può avvicinare alle opere non solo guardandole nel loro aspetto compiuto, nella sembianza finale voluta dall’artista, ma a partire dalla loro realtà materiale, così come fa il restauratore, mostrandole «aperte», rotte o danneggiate, per dirigere il nostro sguardo non su ciò che le rende complete ma su ciò che viene loro a mancare. La relazione all’opera guarda allora al meccanismo, al rovescio, e interpella un movimento di «cura» che potrebbe essere alla base della curatorialità contemporanea, opere in cura e opere incurabili.

Si può provare ad allestire, nella sala di un museo, una situazione per cui l’opera si fa nel momento stesso del – e grazie a – l’incontro con il pubblico.

Si può concepire un archivio che, invece di proteggere e conservare unitariamente un sapere e una storia collettiva, ne disperda i documenti e gli elementi e, così facendo, ne moltiplichi la presenza e l’uso.

Si può provare a rovesciare il concetto di contemplazione per farne un momento di ozio-dello-spettatore; ozio non come assenza di azione, bensì come esercizio di altre modalità di fare esperienza, cioè un momento durante il quale il ruolo di visitatore-di-una-mostra viene svuotato (ovvero restituito al vuoto che in genere già è) e in cui si attivano stimolazione di diversi sensi.

Si useranno gli spazi della GNAM e le opere della sua collezione per una messa in questione dei ruoli, delle funzioni, delle definizioni, in un gioco nuovo in cui entreranno i visitatori con il loro uso, gli artisti con i loro lavori, i filosofi e gli attivisti con le loro teorie e le loro pratiche, i restauratori con le loro tecniche e i curatori con il loro sapere, ma anche registi, astronomi, attori, vignaioli, danzatori, poeti, amatori. Perché la partita non si gioca più (ammesso che si sia mai giocata) sulla distinzione fra contenuti giusti o sbagliati, fra arte bella o brutta, ma sui modi nei quali si dà l’intreccio tra i discorsi, le parole, le immagini, i gesti, i manufatti, che è il tessuto dell’aisthesis, ovvero delle forme della nostra percezione.

Si andrà in cerca di forme del sensibile per strapparci anzitutto a noi stessi, per sottrarci al dominio e inseguire il godimento, per indurci una maggiore potenza di agire e affetti di gioia. Per tessere un comune che ci precede, ma che non ci è mai dato senza il nostro farne parte anche nell’esperirlo. Su un piano dell’uguaglianza e dell’interferenza fra le pratiche diverse (la teoria politica e la sperimentazione artistica) e le diverse discipline (l’arte visiva, la musica, la critica del gusto). All’opera d’arte si risponderà con un’altra opera. E dall’opera ci lasceremo interrogare e guardare, piuttosto che il contrario.

Qui si cercherà di far spuntare un po’ di possibile, tra quel che è stato e quel che sarà, anzitutto dispiegando quel grande e meraviglioso registro del sensibile che ci accomuna
Sul tavolo di questo gioco metteremo il sospetto che l’autorialità individuale, la più resistente delle forme proprietarie, insieme alla sua sorella minore, l’appartenenza disciplinare, accompagnate dal giudizio morale e dall’ideologia, siano lì a inchiodare le singolarità a un destino di consumo, isolamento e paura. Qui si cercherà di far spuntare un po’ di possibile, tra quel che è stato e quel che sarà, anzitutto dispiegando quel grande e meraviglioso registro del sensibile che ci accomuna, e che possiamo solo costruire con lo strumento, e la prospettiva, della felicità.

sezione 1 – opere all’ennesima
È una poetica della traduzione, è la scena dell’uguaglianza delle pratiche nella loro diversità. È l’arte della moltiplicazione dell’uso nel percorso dell’emancipazione. Opere della collezione della Gnam diventano pre-testo per una seconda opera, una terza, una quarta… un’ennesima. Avvicinate da pratiche della parola, della performance, della voce, del gesto, vanno a comporre un paesaggio di oggetti e di segni dentro il quale si dà l’avventura singolare e comune dell’intelligenza. Il passaggio da un’opera a un’altra tesse relazioni tra le parole e le cose, tra le esperienze e i materiali, tracciando un sentiero provvisorio nel sapere, nel visibile, nel dicibile che fa vacillare gerarchie autoriali, posizioni legittime e proprietà. E risuonare nuove intenzioni.

sezione 2 – opere incurabili
Si rompono, si corrompono, si strappano. Sono fatte di materia che si disgrega. A guardarle da dietro, da ciò che viene loro a mancare, perdono l’unità dell’oggetto finito, ciò che le apparenta a una merce. Perdono anche un po’ di aura. Il loro valore è quello della materia di cui sono fatte. Opere rotte o danneggiate della collezione vengono lette dai loro «curatori», da chi con il restauro ripristina l’integrità inevitabilmente perduta del manufatto. Un sapere e una relazione di cura, invisibile operaviva, che fanno la vita infinita dell’opera, ma che interpellano anche lo statuto della curatorialità contemporanea. Cosa nell’opera resiste alla sua cura? Possibile completare la mancanza o meglio assumerla come irriducibile resistenza? A rispondere sono chiamati artisti, restauratori, curatori.

sezione 3 – opere in costruzione
La regola si fa nella pratica dell’istituzione. Non precede e non resta. Non è data una volta per tutte. Non c’è obbligo e non c’è vincolo prima del prendere parte. Accade che ci sia accordo, accade che lo si cerchi, è il farsi della rivoluzione. È la regola dell’improvvisazione. Autori e artisti contemporanei alle prese con una pratica dell’opera nel suo farsi. Prove generali di esecuzione, senza esecuzione. Un film, un concerto, una rappresentazione teatrale.

sezione 4 – opere in lotta
Le storie di prima hanno ridisegnato la vita, fuori dal lavoro, fuori dal dominio. Immagini, slogan, manifesti, volantini… Discorsi in parola, in musica, in gesti. Immagini per suggerire, spostare, urtare. È l’archivio dei possibili che sono stati. Un archivio dei possibili che forse saranno, coi materiali delle storie di prima. Non la museificazione di un patrimonio di lotte e dissensi che finisce sotto le teche. Non tesoretto per nuove recinzioni di culture che si vollero libere e oggi si preservano in altrettante riserve. Un deposito archeologico da usare, sapendo che nel museo che dovrebbe custodirlo, questo archivio sarà invece disperso, saccheggiato, rubato da chiunque vorrà farne uso. Un archivio, a cui tutti possono contribuire, che viene dai molti per tornare ai molti.

sezione 5 – opere in contemplazione
È la poetica dell’ozio. È l’estetica diffusa. È la pratica del sensibile.
Con queste opere si esce da Sé. Ti afferrano senza altri fini se non il disfare. Sono le nature vive. Contemplare il cielo (se il cielo lo permette), lasciarsi afferrare dal richiamo vegetale, spezzare il pane, bere il vino. Quattro esperienze collettive di affinamento del sensorio affidate a professionisti e amatori.

sezione 6 – opere in fuga
Immagini in movimento negli interstizi spazio-temporali del sensibile comune.
Affetti e percetti proliferano in superficie, disegnano fughe e rotture, mutano forme di vita.

Sensibile comune. Le opere vive
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma
14-22 Gennaio 2017

MACAO

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Ogni martedì dalle 21.30