eventi esterni Le piattaforme del capitale 3-4 marzo 2017

Le piattaforme del capitale 3-4 marzo 2017

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seminario organizzato da EuroNomade con la collaborazione di Macao

Capitalismo delle piattaforme è un’espressione generica. Da una parte è applicata per cogliere le specificità di modelli produttivi dentro la Rete, sia che si parli di Amazon che di Netflix, Google, Facebook, Istagram, Twitter. Allo stesso tempo è stata usata per segnalare le ambiguità insite nella sharing economy. Ma se l’economia della condivisione veniva annunciata come un possibile e indolore approdo postcapitalista, il platform capitalism segnala che tale possibilità è una tecnoutopia da archiviare rapidamente. Sia ben chiaro: il mutualismo, l’autogestione rimangono una prospettiva imprescindibile di ogni opzione organizzativa del lavoro vivo, ma solo in un rapporto conflittuale con l’attuale trasformazione dei rapporti di forza nella società. Ciò che emerge dalla grande crisi del 2008 è la copresenza di una economia informale e di un regime di accumulazione dove le piattaforme digitali svolgono un ruolo centrale nello sviluppo capitalistico. Un seminario sul capitalismo delle piattaforme deve dunque compiere un doppio movimento: circoscrivere l’attenzione sulle tendenze in atto e da lì riaprire l’orizzonte. Analizzare questa realtà non ha nulla di accademico, ma serve per individuare possibili punti di rottura di un regime di accumulazione incardinato su processi di cattura ed “estrazione” finalizzati a garantire un flusso continuo di innovazione tecnologica e organizzativa, fondamentale per le tante e diversificate piattaforme digitali. Si pone dunque il compito di comprendere le forme di governance e comando del lavoro vivo, finalizzate a gestirne e alimentarne una stratificazione generazionale, razziale, di genere. Non c’è infatti nessuno “strato centrale” della forza-lavoro, bensì una eterogeneità del lavoro en general che costituisce il principio di realtà da cui partire. La sperimentazione, la conricerca sono la bussola da usare, ma rimangono dei vuoti a perdere se vengono solo evocati per poi lasciare tutto così come è. Una tema tuttavia cattura l’attenzione di giornali, magazine e centri di ricerca. Tutti scoprono la costellazione e il vortice dei “lavoretti”, attivati da applicazioni e piattaforme digitali nella cosiddetta gig economy. Importanti quotidiani scrivono ormai espressamente di neotaylorismo digitale, individuando nelle mobilitazioni dei bikers che consegnano pasti e pizze a Londra (Deliveroo) o a Torino (Foodora), nonché nelle prime proteste dei tassisti di Uber una risposta a un regime del lavoro dove la gestione automatizzata della prestazione lavorativa – tempi di consegna, tassonomia rigida dei comportamenti leciti durante il lavoro – sembrano far tornare in auge l’antica e per molti decaduta organizzazione scientifica del lavoro, con la sua rigida separazione tra progettazione e esecuzione. Soltanto che in questo caso tempi e ritmi del lavoro sono definiti da un immateriale algoritmo o da una app contro i quali è vana ogni forma di resistenza e conflitto. Per il momento emerge una mappa dei componenti di questa “folla-lavoro” all’interno di una produzione di merci diffusa la cui descrizione ricorda spesso i romanzi di Victor Hugo o la desolante moltitudine di poveri che scandiva il romanzo sociale di fine Ottocento. Povertà, assenza di diritti, invisibilità politica: elementi che stridono con la ricchezza – di relazioni sociali, di innovazione – espressa della cooperazione sociale Non c’è però nessun ritorno al passato: le attuali trasformazioni del modo di produzione capitalistico non possono essere lette come la ripetizione del processo di formazione – del making – della classe operaia nell’Inghilterra vittoriana. Siamo piuttosto in presenza di una composizione proteiforme del lavoro vivo, dove accanto a figure dequalificate convivono i professional dell’innovazione, tutti comunque accomunati da una dimensione metropolitana. La pubblicistica corrente evoca spesso la comparsa dei millenials, i nativi digitali acculturati e cresciuti dentro la Rete, ma anche di migranti con una elevata scolarizzazione. Questa dimensione metropolitana del lavoro vivo allude quindi a processi di socializzazione niente affatto “poveri” – per quanto essi si innestino in uno scenario che, con particolare violenza nella crisi, sono caratterizzati da effettivi processi di impoverimento. Siamo di fronte al paradosso di una cooperazione sociale produttiva ricca assoggettata a rapporti sociali di produzione che echeggiano rapporti servili, all’interno dei quali le piattaforme digitali sono anche elementi preposti alla produzione di soggettività docili. Si parla inoltre, e non sempre a proposito, del potere degli algoritmi, con toni che non di rado lasciano pensare che il capitalismo – più che un rapporto sociale di produzione – sia ormai una tecnostruttura con una dinamica sistemica di sviluppo sfuggita al controllo. Ma gli algoritmi, meglio il software sono anch’essi l’esisto di rapporti sociali di produzione. E’ anche qui necessario un cambio di prospettiva. Più che un aggregato impersonale e oscuro, gli algoritmi sono infatti da considerare capitale fisso, lavoro vivo oggettivato. Serve cioè tornare a indagare quelle polarità tra capitale costante e variabile, fisso e circolante, senza nessuna concessione a uno stucchevole e paralizzante determinismo economicista. Nonostante l’enorme potere che le piattaforme del capitale hanno in relazione al lavoro vivo, è paradossale anche che tanti siano gli spazi d’azione per potersi appropriare dei mezzi di produzione. La possibilità della cooperazione sociale di farsi impresa, e le forme di questa organizzazione è un possibile terreno di conflitto per un percorso di emancipazione dal capitale. Le nuove tecnologie possono essere degli utili alleati per la creazione di nuova istituzionalità e percorsi di soggettivazione autonoma. Immaginare percorsi organizzativi di questa costellazione lavorativa è quindi l’obiettivo ambizioso che il seminario si propone di contribuire a porre. Un’ambizione tutta politica, certo, ma da perseguire con umiltà senza inseguire ipotetiche ricomposizione “dall’alto”. Quel che serve è provare a mettere ordine in una cassetta degli attrezzi per metterla alla prova del reale. Da qui la necessità di immaginare una platea di relatori per due giorni di discussioni, scanditi tra plenaria e due, tre workshop.

PROGRAMMA una due giorni di seminari e tavole rotonde

VENERDI’ 3 MARZO

18.00 – Relazione introduttiva: Benedetto Vecchi

18.15 – 20.30 Sessione con Matteo Pasquinelli , Ned Rossiter e Brett Nielsen (video), Ippolita, Geert Lovink (video), Roberto Ciccarelli, Andrea Fumagalli, Peppe Cannizzo (Deliverance Project)

SABATO 4 MARZO

11.00 – 13.30 Sessione con Toni Negri, Sandro Mezzadra, Trebor Scholtz (video), Gianni Giovannelli, Ugo Rossi, Mayo Fuster.

13.30 – 15.00 Pranzo

15.00 – 19.00 Workshop e tavola rotonda con Emanuele Braga, Enric Duran (video), Cristina Morini, Giorgio Griziotti, Alberto de Nicola, Jaromil Denis Roio, Federico Bonelli (dyne.org), Francesca Orlandi (Berlin Migrant Strikers), Casamatta (cubotto.org), Chiara Colasurdo e Corrado Gemini (CTRL), Daniele Gambit (Exploit).


PLATFORMS CAPITALISM
3-4 March 2017, Milano (IT)
organized by Euronomade in collaboration with Macao
c/o Macao, viale Molise 68, Milano (IT).
Platforms capitalism is a generic expression. On the one hand it refers to the specificity of
production models in the digital economy, whether we talk about Amazon, Netflix, Google,
Facebook, Instagram, Twitter. At the same time it has been used to criticize the ambiguity inherent
to the sharing economy. But if the sharing economy was announced as a possible post-capitalist
and painless landing, platform capitalism warns that this option is a techno-utopia to be filed
promptly. Granted: mutualism and self-management remain essential tools of every organization of
living labor, but only in a conflictual relationship with the current transformation of power relations in
the society. What emerged from the great crises of 2008 is the co-presence of an informal
economy along with a regime of accumulation where digital platforms play a central role in
capitalist development.
A seminar on Platforms Capitalism must trace a double movement: focus on the actual trends and
subsequently widen the horizon. Analyzing reality is nothing academic in itself, but it means to
identify possible breaking points of a regime of accumulation hinged on the capture processes and
"Extraction", aimed at ensuring a continuous flow of technological and organizational innovation,
crucial to the many and diverse digital platforms. This calls for the task of understanding the forms
of government and command of living labor, designed to manage and nourish a generational,
racial, gender stratification. There is no "middle layer" of the labor force, but rather a heterogeneity
of work in general that is the principle of reality from which stems any reflection. Experimentation,
co-research are the compass to use, but they are totally useless if are just mentioned passing.
One issue, however, captures the attention of newspapers, magazine and think-tanks. The
constellation and the vortex of "odd jobs" is now quite known, activated by applications and digital
platforms in the so-called gig economy. Main newspapers now specifically write about digital neotaylorism,
identifying in the demonstrations of bikers that deliver meals and pizzas in London
(Deliveroo) or Turin (Foodora), as well as in the first protest of Uber taxi drivers, a response to
labor conditions determined by automated management of the working performance - delivery,
rigid taxonomy of lawful behavior during working time- which resembles closely the ancient and
decayed scientific organization of labor, with its strict separation between design and execution.
Except in this case timing and rhythms of labour are defined by an algorithm or by an immaterial
app against which any form of resistance and conflict is useless.
At the moment it emerges a map of the components of this "crowd-work", within a production of
common goods whose description often resembles a Victor Hugo’s novel or the bleak multitude of
poor that populated the social novel of the late 19th century. Poverty, lack of rights, invisible policy:
elements that clash with wealth – of public relations and of social innovation - expressed by the
social cooperation. Yet there is no going back: the current transformations of the capitalist
production mode can not be read as the repetition of the creation process of the working class in
Victorian England. Rather we are in the presence of a protean composition of living labor, where a
non-qualified worker works side-by-side with an “innovation professional”, all within a highly
urbanized metropolitan landscape. The contemporary press often evokes the appearance of
millennials, the digital natives educated and grown up with internet, together with migrants with a
high-level education. This metropolitan dimension of living labor hints at a socialization process not
at all "poor" – even if they are in a scenario that, with particular violence in crisis, is characterized
by actual progressive impoverishment. We are confronted with the paradox of a productive rich
social cooperation subjected to servile social production relations, within which digital platforms are
elements functional to docile subjectivity production.
The power of algorithms is narrated with tones that often lead us to believe that capitalism - more
than a social relation of production - is now a techno-structure with a systemic dynamic
development out of control. But the algorithms are also the result of social relations of production.
We need a change of perspective. More than an impersonal and obscure aggregate, the
algorithms are in fact to be considered fixed capital, living labor objectified. We have to go back
investigating the polarity between constant and variable capital, fixed and circulating, without any
concession to a tedious and numbing economic determinism.
Despite the enormous power that the capital platforms have in relation to living labor, it is also
paradoxical that so many are the possibilities to seize the means of production. Many are the
possibilities for the social cooperation to be a self managed enterprise, a cooperative, and the
forms of this organization is a possible ground of conflict and emancipation from the capital route.
New technologies can be useful allies for the creation of new institutions and courses of
autonomous subjectivity.
To envision organizational pathways of this working constellation is thus the ambitious goal of this
seminar. A political ambition, of course, but to be pursued with humility, without following a
hypothetical reconstruction "from above." We need to try to bring order to a toolbox and put it to
test, in this world.
Hence the need to create an audience of speakers for two days of discussions, revolving around a
plenary assembly and two or three workshops.
PROGRAM
A two day symposium of talks and workshops.
FRIDAY 3 MARCH
18.00 – Introduction by Benedetto Vecchi
18.15 - 20.30 Session with Matteo Pasquinelli , Ned Rossiter and Brett Nielsen
(video), Marco Liberatore (Ippolita), Geert Lovink (video) and Andrea Fumagalli
SABATO 4 MARZO
11.00 – 13.30 Session with Toni Negri, Sandro Mezzadra, Trebor Scholtz (video),
Gianni Giovannelli, Ugo Rossi, Mayo Fuster.
13.30 – 15.00 lunch
15.00 – 19.00 Workshop and round table with Emanuele Braga, Enric Duran, Cristina
Morini, Roberto Ciccarelli, Jaromil Denis Roio and Federico Bonelli (dyne.org),
Giorgio Griziotti, Alberto de Nicola, Chiara Colasurdo e Corrado Gemini (CTRL),
Daniele Gambit (Exploit).

MACAO

Nuovo centro per le arti, la cultura
e la ricerca di Milano

viale Molise 68
20137 Milano

organizzazione.macao@gmail.com

ASSEMBLEA

Ogni martedì dalle 21.30