Commoncoin
LA POLITICA DELL’ALGORITMO
di Emanuele Braga

Un racconto fantascientifico sulla sharing economy

Nel 1972 un personaggio molto eccentrico dal nome Stafford Beer viene chiamato dal governo Allende in Cile, per avviare un progetto ambiziosissimo chiamato Cybersyn. Questa storia un po’ sconosciuta, ci racconta di come la Sharing Economy e i Big Data non abbiano storicamente le loro origini nel modello start-up della Silicon Valley e nel capitalismo di ultima generazione, ma in quella sperimentazione propria del socialismo reale. Beer era inglese, abitava in una villa in cui accendeva e spegneva le cascate del giardino col telecomando, e per questo era amato da Brian Eno, David Byrne e David Bowie. Quando arriva a Santiago propone ad Allende di far funzionare il Cile attraverso un computer.
Beer era un teorico della cibernetica, disciplina allora neonata che cercava di comprendere il ruolo della comunicazione al fine di controllare i processi sociali attraverso l’innovazione tecnologica. il Progetto Cybersyn consisteva in una camera di controllo (Operations Room) realizzata in un sotterraneo a Santiago: un grande computer circondato da poltrone ergonomiche accessoriate di comandi a bottoni dal design avveniristico. Il computer era collegato on-line per controllare un network di sensori su tutto il territorio nazionale in tempo reale. Le fabbriche, le miniere, la logistica e i distributori fornivano in tempo reale informazioni ad un unico centro di raccolta dati, che a sua volta poteva redistribuire informazioni utili ai nodi della rete. In questo modo la produzione di una miniera poteva regolarsi automaticamente in base alla necessità delle fabbriche, che a loro volta potevano agire in base alla logistica, o all’orientamento dei consumatori. L’idea era di poter far partecipare la forza lavoro alla pianificazione del processo produttivo. Tutto ciò si completava poi con un sotto programma chiamato Cyberfolk secondo il quale ogni cittadino poteva esprimere il suo gradimento riguardo il funzionamento della macchina (like e dislike), attraverso un telecomando in salotto che trasmetteva sul cavo-segnale della televisione. In una lecture del 1964 Beer, presagendo il lavoro in rete di dispositivi interconnessi (Internet of Things), suggerisce che i lavoratori potrebbero risolvere da soli la maggior parte dei loro problemi. Per Allende questo era buon socialismo, per Beer era buona cibernetica.

Beer aveva anche avvertito del pericolo che un sistema basato su Big Data interconnessi con sensori distribuiti nella vita delle persone poteva in futuro essere usato per fini differenti dall’utilità sociale. Poco dopo, Pinochet stacca la spina all’’Operarations Room, Beer per fortuna si trova fuori dal Cile nel giorno del golpe, ma Big Data e Sharing Economy da quel giorno prenderanno forse una strada differente. Come in tutte le belle storie di fantascienza ci sono alcune coincidenze con la cronaca vera che ci aiutano a continuare il racconto in modo avvincente. Fernando Flores, ministro dello sviluppo di Allende che lavorava a stretto contatto con Beer al progetto di Cybersyn finisce a Berkeley in California dove dopo qualche decennio passa alla destra conservatrice e diventa un importante consulente d’impresa in campo tecnologico in California, in quello stesso territorio dove negli anni ’80-’90 si pongono le basi per il mito della Silicon Valley. Mentre Gui Bonsiepe, il designer della scuola di Ulm in Germania che aveva disegnato la Operation Room del Cybersyn, è lo stesso designer che anni dopo inspira Steve Jobs Jonathan Ive per disegnare i primi computer della Apple.
Ora, nel 2015, tutto ciò che Beer presagiva si è sicuramente avverato, ma molto più grande, pervasivo, potente, pericoloso e complicato di quello che era il progetto Cybersyn. Amazon recentemente ha ottenuto un brevetto per un progetto dal nome "Anticipatory Shipping", un programma per spedire i prodotti prima che vengano ordinati dall’utente. Il controllo sui Big Data profila ognuno di noi, attraverso le informazioni che produciamo quotidianamente in rete, a tal punto che la più grande corporation di logistica al mondo ci può spedire il libro prima ancora che noi stessi decidiamo di comprarlo. C’è insomma un algoritmo possibile per prevedere tutti gli aspetti del comportamento umano: forse il possibile va sempre più a coincidere con il probabile, capire oggi se una cosa è più o meno possibile è solo questione di potenza di calcolo. Così come il direttore di Uber dichiara a Wired riguardo al rialzo dei costi all’utente "Noi non fissiamo i prezzi. E’ il mercato che fissa il prezzo. Noi abbiamo algoritmi per determinare che cosa è il mercato".
Ma proseguiamo con la nostra storia di fantascienza. Nel 2009, consci del fatto che il mercato finanziario, il sistema di produzione, e il controllo di ogni singola vita è definito dall’attività sinergica di tutte queste macchine a base algoritmica, un gruppo di Hacker e attivisti, imbevuti di cultura Open Software, per lo più anarchici e antisistemici (alcuni dei quali vicini ad un certo anarco-capitalismo di radici austriache, ma cresciuto sempre nell’area di San Francisco in California) sviluppano un protocollo dal nome Bitcoin. _Il ragionamento pare molto semplice: se il capitale accumula valore attraverso il controllo dell’informazione sui nostri comportamenti, costruiamo una infrastruttura tecnologica in cui non c’è centro di accumulo proprietario, non c’è tracciabilità dei profili (anonimato), ma tutto è garantito dai computer che stanno processando in modo sinergico. In questo modo ognuno dalla sua postazione anonima può trasferire unità di valore (Bitcoin) e allo stesso tempo cooperare processando le transazioni che fanno tutti gli altri. Per garantire tutti, registrare le transazioni e essere sicuri che la moneta usata non sia falsa, tutte le operazioni vengono trascritte su di un unico file che possiedono tutti e quindi di cui nessuno può averne la proprietà: questo procedimento è chiamato Blockchain. Bitcoin si inventa insomma una infrastruttura finanziaria su scala globale, che reinventa la moneta in modo decentralizzato, peer-to-peer, e anonimo. Il successo è enorme: non c’è più bisogno di una banca centrale per fissare il valore del nostro lavoro, di ciò che compriamo e di ciò che vendiamo. Bitcoin è indubbiamente la più grande operazione di rottura nei confronti del capitale dal punto di vista infrastrutturale che sia stata fatta negli ultimi anni. Tanti i pro e i contro, tante sono le analisi che si possono fare, ma per andare avanti in questo racconto fantascientifico, cerco di scindere con tecnica manicheista due aspetti di Bitcoin: uno buono e uno cattivo. Quello buono: il fatto che si decentralizza un servizio attraverso una rete distribuita peer to peer: questo assicura che non ci sia concentrazione di potere in un unico monopolio, che sia estremamente semplificato il funzionamento e che non ci sia pesantezza burocratica. Quello cattivo: il Bitcoin si basa sulla potenza di calcolo, il modo per incidere sulla emissione della moneta (mining) e il modo per autenticare ogni transazione si basa su di un impiego, energicamente dispendioso, di processori sparsi nel mondo. Al di là delle preoccupazioni ecologiche, la moneta fissa il suo valore e il suo destino sull’automazione di macchine che calcolano.
Mentre a prima vista il blockchain sembra un aspetto fra gli altri, interno al funzionamento della criptomoneta, è a ben vedere forse più innovativo della moneta stessa, e contiene potenzialità che vanno ben oltre il campo finanziario. Si può infatti immaginare che attraverso questa tecnologia si possa mettere in connessione svariate entità che lavorano come organizzazioni autonome decentrate (DAO) registrando diversi tipi di servizi mediante social contracts, o smart contracts, che sono allo stesso tempo autenticati e registrati dalla comunità distribuita di tutti i nodi, ma al contempo anonimi e protetti. Tutto ciò potrebbe costituire un’infrastruttura organizzativa indipendente da qualsiasi istituzione che fino ad ora è riconosciuta tale (stato nazione, organismi nazionali e sovranazionali…), ma allo stesso tempo potrebbe decidere in ogni caso specifico che tipo di relazione o negoziazione istituire con leggi nazionali, organismi tradizionali…In questa direzione hanno investito molto proprio alcuni sviluppatori di Bitcoin ed hanno dato alla luce un progetto che cerca di offrire tutta questa serie di servizi chiamata Ethereum.

Il campo di sperimentazione negli utlimi mesi è molto variegato ed estremamente vivace, all’interno di questa evoluzione si sta muovendo anche il progetto di Freecoin e D-cent. Invece di creare una criptomoneta e vedere chi la usa, stanno programmando una serie di tools mediante i quali reti di comunità possono comporre diversi servizi, monete o piattaforme in modo decentrato e distribuito a misura delle loro esigenze. Nello specifico Macao in Italia ha cominciato a collaborare con il progetto di Freecoin e D-cent per la costruzione di una piattaforma (A-platform) pensata per la condivisione di mezzi di produzione e la co-produzione per il lavoratori in campo artistico creativo e culturale a partire dal network di centri d’arte e ricerca nati nella mobilitazione politica degli ultimi anni. Macao ha proposto loro di disegnare insieme una critpomoneta (Commoncoin) che avesse determinate caratteristiche. La domanda che sembrava più interessante e radicale era: si può usare una tecnologia che lavora in modo algoritmico, decentrato e peer to peer, ma allo stesso tempo vincolare la forma del suo funzionamento ad una decisione collettiva politica? si può vincolare il modo in cui agisce una macchina non al calcolo puro, ma ad una decisione politica condivisa da una comunità di riferimento?
In qualche modo il futuro che ci si immagina è fatto di infrastrutture tecnologiche decentralizzate, distribuite e algoritmiche che sono governate da una discussione e processi decisionali democratici da parte di comunità che condividono determinati presupposti e valori. In altre parole: se il futuro è fatto di algoritmi che controllano il modo in cui ci comportiamo economicamente, relazionalmente, spazialmente… la posta in gioco è come poterli metter in discussione senza che ci sia un deficit democratico. La vera posta in gioco della Sharing Economy e della innovazione tecnologica sta nell’evitare questi due estremi: lasciare che gli algoritmi siano del tutto privatizzati come Uber, Amazon, Apple, Airbnb…, o concepire all’estremo opposto algoritmi del tutto autonomi dove il fattore politico si dissolve nella potenza di calcolo e nell’anarco-capitalismo. La posta in gioco politica significherà in definitiva vincolare gli algoritmi a processi decisionali democratici, dinamici e condivisi.

Processi decisionali democratici su larga scala, nuove tecnologie e contratti sociali devono definire il campo della nuove infrastrutture finanziarie e produttive. Se si riesce a definire questo campo senza che ci sia accumulo di potere nei processi di governance in termini di monopolio e mancata redistribuzione di capitale, abbiamo fatto un passo avanti significativo nella costruzione di nuove forme di cooperazione e organizzazione sociale. Siamo partiti da un passato dal sapore fantascientifico per arrivare ad un presente che ci provoca ad essere estremamente concreti e pragmatici. E’ per questo che vorrei concludere con alcune domande che inquadrano anche dal punto di vista tattico la questione del che fare. Abbiamo detto che le nuove forme di infrastrutture tecnologiche non posso essere concepite al di fuori di una idea delle forme di governance. Ma le forme di governance implicano un rifiuto, una negoziazione o un’accettazione dell’esistente. Dal punto di vista strategico infatti molte delle sperimentazioni in atto innnovano all’interno di sistemi chiusi di governance dati, i più noti dei quali sono: lo stato, il privato e network autonomi alternativi al primo e al secondo.
Da un certo punto di vista si può pensare che solo attraverso una proposta politica nell’ambito della democrazia rappresentativa si possa rinegoziare la possibilità di autodeterminare e autogestire le infrastrutture tecnologiche, produttive e i servizi di welfare. Se pensiamo all’ambito locale, possiamo organizzare lo stesso servizio di Uber per la rete di mobilità urbana, ma come servizio del tutto pubblico e non come monopolio di un privato che opera su scala globale. Se così è, dovremmo tutti cominciare a praticare il più bello sport di tutti i tempi: come organizzare un partito di sinistra in Italia. Ma allo stesso tempo ne osserviamo tutti i limiti in termini di rapporti di forza se pensiamo alla difficoltà che ha un intero stato nazione nel caso attuale della Grecia a negoziare la subordinazione alle regole astratte e algoritmiche del mercato finanziario. Seguendo il tono pessimista di un commento di Bifo, in questo caso stiamo assistendo al più evidente fallimento dell’autonomia della democrazia nei confronti del calcolo finanziario.
Come seconda opzione possiamo pensare che una infrastruttura tecnologica che permette ad organizzazioni distribuite e autonome di operare in un network indipendente e globale potrebbe oltrepassare del tutto sia l’organizzazione sociale degli stati nazione, sia la subordinazione ai grandi monopoli corporativi privati, ma allo stesso tempo potrebbe disegnare comunità politiche e cooperative di diversa natura e con potenzialità ad ora sconosciute. Il rischio di questa impostazione decentralizzata ed autonoma autarchica sta nell’eccessivo isolamento e di conseguenza nella difficoltà a rispondere alle necessità più quotidiane e ai bisogni concreti della gente.
L’ultima opzione è di operare a partire dal mondo del business e dell’impresa. Cercare di fare innovazione per un’idea di impresa più equa e cooperativa, che attraverso le nuove tecnologie e forme societarie sul modello start-up, può diventare sostenibile e socialmente utile. Il rischio di questa impostazione è di essere ancor meno credibile di una negoziazione della spesa pubblica, essendo troppo ingenua di fronte ai rapporti di forza con il mercato delle grandi corporation. Il più delle volte tutto questo ambito si riduce all’essere l’anticamera, la fucina di sperimentazioni e idee per un mercato fatto di monopoli che non mettono minimamente in discussione il loro meccanismi di sfruttamento e di rendita. Col risultato di essere molto inefficaci se l’intento è rappresentare un modello per innovare l’organizzazione sociale in nome dell’equità e della pubblica utilità.
ecco siamo in questo interregno, nel quale forse è utile non pensare la nostra possibilità di azione chiusa in uno solo di questi ambiti, cercando di rafforzare alleanze nuove per costruire pratiche reali di co-creazione del comune.


Sabato 28 marzo dalle 17.15 a BookPride (sala Otarda) a cura di Roberto Ciccarelli con Andrea Libero Carbone, Bertram Niessen, Barbara Imbergamo, Stefania Burra, Macao daranno vita ad un dibatttito su: Sharing, coworking e mutualismo: il lavoro della conoscenza si aggrega

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