Fare Pubblici
DISFARE IL GOVERNO DEI PUBBLICI
di Paolo Caffoni

Alla fine del XIX secolo, intervenendo nel dibattito accademico in corso sulla natura della psicologia sociale, Gabriel Tarde contribuiva a uno spiazzamento radicale dei termini del discorso: “Non posso dunque concordare con un vigoroso scrittore, il Dr. Le Bon, che afferma che la nostra epoca sia ‘l’era delle folle’. È l’era del pubblico o dei pubblici, cosa ben diversa”; e ancora, “Non si può negare che esso [il pubblico] sia il gruppo sociale dell’avvenire”. Con la geniale intuizione di un passaggio epocale, Tarde metteva a fuoco il pubblico come entità prioritaria da un punto di vista sia teorico che storico, la cui definizione implica una ridiscussione di alcuni dei tratti fondanti il rapporto fra singolarità e soggettività collettive. Ma possiamo ancora considerare attuale un’intuizione vecchia ormai più un secolo?

A poco più di un anno dall’apertura di Expo 2015, si susseguono le proiezioni e le stime del numero di visitatori che raggiungerà Milano per seguire l’evento – con l’ambizioso obbiettivo di superare i 73 milioni dell’edizione cinese, da maggio a ottobre 2010. La Commissione Europea individua con il termine audience development il tema trasversale a tutto il programma Creative Europe (2014–2020), su cui è stato stanziato un budget complessivo di 1.4 miliardi di euro. Secondo la rivista Forbes, Il governo brasiliano ha investito circa 11 miliardi di dollari nella realizzazione della Fifa World Cup 2014 (la più costosa nella storia, nel paese con una divisione in classi fra le più alte al mondo). Alle sorti calcistiche della Seleção giallo-oro è affidata la rielezione alle politiche di ottobre del Partido dos Trabalhadores di Dilma Rousseff. Mentre la “pacificazione” delle rivolte di chi rifiuta di “farsi pubblico” del mondiale è stata ancora una volta delegata alla polizia militare.

Se la Rivoluzione francese è stata per Tarde il momento storico dell’affermazione del pubblico come nuovo gruppo sociale (“La rivoluzione data l’avvento vero e proprio del giornalismo e, di conseguenza, del pubblico”), la critica radicale di Guy Debord all’ordine spettacolare anticiperà di poco la rivoluzione del Maggio ’68. La categoria del “pubblico” percorre tutta la storia delle democrazie borghesi in Occidente e attraversa per intero le sue riconfigurazioni politico-sociali. Come ricorda Maurizio Lazzarato, “la sua genealogia è direttamente legata alla necessità di definire delle politiche di controllo delle pratiche sovversive (anarchiche e sindacali) che esplodono in Francia alla fine del XIX secolo”. [1]

Il concetto benjaminiano di “valore di esponibilità” rende ben conto di questa doppia articolazione fra spettacolo e sfruttamento nell’indistinzione/reversibilità di “percezione e lavoro”. Così come alle esposizioni universali di fine Ottocento era chiesto agli operai di ammirare come spettacolo (pubblico) ciò che essi conoscevano come lavoro (sfruttamento). Oggi, nel mercato del lavoro cosiddetto creativo/cognitivo, il più disuguale e concorrenziale che ci sia, sono richieste prestazioni di lavoro in cambio di pura visibilità, un “farsi conosccere”. Una “parodistica fine della divisione del lavoro”, come l’avrebbe definita Debord, che l’economia dell’informazione ha saputo sapientemente mettere a valore attraverso le reti di interconnessione e coerentemente riconfigurare in un incremento della produttività assoluta.

Non è allora solo un caso che l’Expo di Milano nel 2015 scelga come data simbolica di inaugurazione il 1 maggio. Le riforme “straordinarie” introdotte dal Jobs Act del governo Renzi, usano la “vetrina” dell’esposizione come strumento di legittimazione per una riforma del mercato del lavoro (precarietà strutturale e promozione del lavoro volontario) arrivata alla fine del lungo corso di “smantellazione” dei diritti dei lavoratori iniziato con gli anni Ottanta. Le conquiste portate dalle lotte del movimento operaio in Italia sono oggi definitivamente perse.

Se lo spettacolo “riunisce il separato, ma lo riunisce in quanto separato”, bisogna pensare allora di ricostruire nuove forme di azione politica in grado di rompere con il governo dei pubblici. Si muove in questa direzione il tentativo di rintracciare una “articolazione” propria del pubblico e di isolarne alcuni elementi costitutivi che possano definire una sorta di “cassetta degli attrezzi” di future rielaborazioni, critiche e decostruzioni.

Il seguente contributo – elaborato in collaborazione con l’artista Falke Pisano – tenta un’analisi dell’articolazione fra i “modi di esposizione” e i “modi di soggettivazione” dei pubblici attraverso l’uso di una serie di diagrammi. Il diagramma rappresenta qui più una forma “aperta” di argomentazione del discorso che un’affermazione conclusa in se stessa. Proprio per la loro natura di comunicazione visiva, e non rappresentativa, i diagrammi tendono a porre delle questioni più che a elaborarne le risposte. Si è ritenuto comunque opportuno, visto anche la complessità dell’argomento, aiutare la lettura dei segni attraverso la compilazione di brevi testi che, in ogni modo, non costituiscono altro se non una delle possibili interpreazioni del diagramma stesso.

1. Coefficiente del valore

In un’economia che si basi sul cosiddetto “modello espositivo”, sia questo una biennale, una mostra, un giornale, online o cartaceo, un festival o un sito web, ecc., il valore economico di ciò che è in mostra si calcola con la formula “numero di visitatori/tempo di esposizione”. Nel diagramma il numero dei visitatori aumenta spostandosi verso l’alto, mentre il lasso di tempo preso in considerazione si riduce progressivamente spostandosi verso destra. L’angolo dove l’intrecciarsi delle linee si va infittendo e la superficie dell’area che esse delimitano diminuisce, rappresenta il coefficiente di maggiore esponibilità. Questo non può essere fissato in un suo punto limite, ma si posiziona su di un vettore la cui progressione è virtualmente infinita, come la suddivisione della superficie in particelle molecolari. L’unico vero limite è quello imposto dall’immagine o dalla nostra capacità di percezione dell’immagine stessa.

2. Modulazione dell’attenzione

Il costituirsi del pubblico avviene nelle intensità del tempo piuttosto che nelle dimensioni dello spazio. Alla sua forma di soggettivazione aleatoria, dispersa, mediatizzata, corrisponde una regolazione che non può più agire attraverso dispositivi securitari (distanza o contenimento), come nel caso della folla o della popolazione che vengono organizzate nello spazio, ma piuttosto un controllo che colloca i pubblici in serie temporali, ne definisce la propria frequenza e ne descrive le tendenze. L’azione di governo viene così esercitata attraverso la modulazione dell’attenzione. Il pubblico può essere controllato soltanto in uno spazio aperto, in cui si effettua la regolazione dei flussi di informazioni e degli elementi che li costituiscono: il tempo, la velocità, l’azione a distanza.

3. L’attualità dei pubblici

Il legame che forma il pubblico è di natura radicalmente diversa rispetto a quello della folla. In esso il fascio di contagi psichici non è la risultante dei contatti fisici, ma si definisce come “azione a distanza di uno spirito sull’altro” (Tarde). Mentre le tecnologie della comunicazione individualizzano e separano i corpi, simultaneamente, attraverso l’azione a distanza, esse mettono in campo un legame spirituale di tipo “nuovo”. Il legame dei pubblici è rappresentato dalla convinzione di ciascun individuo che una specifica idea o volontà sia condivisa nello stesso istante da un gran numero di altre persone. Per esempio: leggiamo con avidità una notizia su di un giornale o una pagina web, poi ci accorgiamo che questa è di un mese fa o del giorno prima e l’interesse che ci aveva attratto verso di essa improvvisamente sparisce. Questa specifica dimensione e forza temporale di regolazione dell’attenzione, chiamata “attualità”, mette in campo un’articolazione del rapporto fra l’uno e i molti che è il tratto distintivo del pubblico come gruppo sociale: maggiore è l’estensione del pubblico di una certa notizia, evento o fatto, maggiore sarà anche la sensazione o il suo grado di attualità.
Il dispositivo di governo dei pubblici passa attraverso questa azione di controllo sul tempo: l’espandersi dell’attualità come unica dimensione temporale di ciò che è “sesibile”, corrisponde all’eliminazione di qualsiasi coscienza storica, ormai messa fuorilegge. Se la moda si vanta di seguire l’intervallo delle stagioni, l’attualità è scandita al ritmo delle ore, a volte dei secondi. Il susseguirsi sempre più rapido delle notizie d’attualità, attraverso l’aggiornamento costante delle informazioni, condanna a vivere in un eterno presente, “un mondo senza memoria dove, come sulla superficie dell’acqua, le immagini si susseguono all’infinito” (Debord).

4. Articolazione dei pubblici

Diverse declinazioni del concetto di pubblico sono state sviluppate nel corso della storia: da “uditorio” dei poeti o dei letterati nell’antica Grecia, agli “spettatori” del cinema o della televisione nell’era moderna. La definizione inglese prosumer (produttore-consumatore), emerge in epoca post-fordista con lo sviluppo delle reti di servizio e la “messa a valore” delle azioni di feedback degli utenti; oggi spesso si sente usare il termine “pubblici produttivi” per identificare la partecipazione attiva di una comunità di riferimento a tutti i livelli del ciclo di produzione. Questi diversi gradi di passività/produttività nella costituzione dei pubblici possono essere associati alle trasformazioni tecnologiche che ne hanno segnato l’avvento (Dall’apparecchio visivo-uditivo del corpo, fino alle protesi di interconnessione che definiscono soggettività multiple e frammentate). In questo senso, si potrebbe disporre ai due estremi di una linea che scandisce le trasformazioni tecnologiche le forme di costituzione del pubblico come “prodotto” e come “produttori”.
Resta tuttavia ancora da affrontare l’articolazione della relazione pubblico-tecnologia e pubblico-soggettività da una prospettiva che tenga conto delle modulazioni del tempo e della memoria. In questo caso esso potrebbe apparire non più come un a fatto storico conchiuso, con un inizio e una fine, ma come una tendenza in divenire, cioè come “evento”.

5. Gradiente di espansione e inclusione

L’estensibilità virtualmente illimitata dei pubblici deriva 1. dal loro grado di deterritorializzazione; 2. dall’azione portata dalle tecnologie della comunicazione a distanza; 3. dalla presenza e la costituzione dei pubblici nel tempo piuttosto che nello spazio. Si può, in effetti, partecipare a una sola folla alla volta, a una sola popolazione, a una sola pubblica assemblea, mentre si può essere partecipi di più pubblici contemporaneamente. Il pubblico non sostituisce i gruppi sociali pre-esistenti, ma vi si sovrappone grazie alla sua potenza e velocità di espansione. “Ci sembra che si possa definire il pubblico come il modello più dinamico e più deteritorializzato e quindi come il modello che tende a comandare e riorganizzare gli altri” (Lazzarato). Le soggettività mediatizzate generano processi di appartenenza multipli e frammentati, la cui forma aleatoria progredisce in una “accelerazione” costante che non trova corrispondenza nell’intensificazione della relazione e dell’esperienza soggettiva, piuttosto ne costituisce una negazione.
Mentre il territorio e lo spazio giocano un ruolo fondamentale per quanto riguarda la definizione delle “striature del sociale” (classe, genere, razze, ecc.), nei pubblici è il numero, e quindi la statistica, le curve del tempo, a definire il grado di valore discriminante. In questo senso assistiamo a una possibile immedesimazione dei pubblici con il valore economico, seguendo Benjamin potremmo dire con il “valore di scambio”. Non per nulla le statistiche che riportano il numero delle visite e dei contatti online sistematicamente prodotte alla chiusura di un “grande evento” o di una kermesse, sono l’unico modo dato ai promotori e agli sponsor dell’evento stesso di attestarne il successo in termini economici.

6. Processo di reversibilità

La tendenza verso la reversibilità fra la realtà e l’immaginario, l’oggetto e l’immagine, l’essenza e il fenomeno, è stata affrontata dai situazionisti e teorizzata nella forma di una “società dello spettacolo”: “’Il divenir-mondo’ della falsificazione era anche un ’divenir-falsificazione’ del mondo” (Debord). Il limite posto da questa analisi risiede però nell’interpretare la possibilità di ribaltamento dei segni e delle forze solo come subordinazione di tutto il reale allo spettacolo, cioè al Capitale. Il punto di contatto fra i segni e il reale delinea invece anche la soglia di mondi possibili, in cui l’assoggettamento e l’invenzione politica sono due variabili opposte e contrarie della stessa tendenza.

7. Legami visivi e uditivi

Nel 1926 Dziga Vertov teorizzava una piattaforma per la decodificazione (comunista) delle relazioni mondiali istituita a partire dai legami visivi e uditivi che la nuova macchina “cine-occhio” era in grado di costituire. La fondazione di questi legami era il presupposto a un comune percepire del proletariato mondiale che avrebbe creato le condizioni per il successo della rivoluzione. In questo senso Vertov sottolineava il potenziale sovversivo implicito nella produzione del pubblico. Prima ancora di Vertov fu Gabriel Tarde ad avere la stessa intuizione, interpretando la diffusione massiccia dei giornali a Parigi come il “fatto nuovo” che aveva permesso il prevalere dell’opinione pubblica sulle tradizionali forme di governo appena prima della Rivoluzione del 1789. La circolazione delle immagini a bassa risoluzione sul web (file-sharing, youtube, camere di cellulari, social-network, ecc.) è stato uno degli elementi caratterizzanti il nuovo ciclo di lotte iniziato col 2008 (Brasile, Turchia, Grecia, Spagna, Egitto). Come ci ricorda l’artista Hito Steyerl, in un certo senso il sogno di Vertov si è oggi avverato, anche se per lo più “sotto il dominio di un’informazione globale capitalista il cui pubblico è legato quasi in senso fisico da un’eccitazione reciproca, da una sintonizzazione affettiva e dall’ansia.” Da un punto di vista storico, la circolazione (o il suo opposto, il blocco) dei segni, delle immagini, delle enunciazioni, e i legami sociali e percettivi che essa instituisce, può essere tradotta sia come la forza di organizzazioni politiche alternative, tanto quanto la codificazione e il controllo del Capitale sul reale.


[1Maurizio Lazzarato, Per una ridefinizione del concetto di “bio-politica”, in “Lavoro immateriale. Forme di vita e produzione di soggettività”, ombre corte, Verona, 1997, p. 117. “È chiara l’enorme differenza che separa questa definizione di ’pubblico’ dal concetto habermasiano di ’sfera pubblica borghese’".

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