Arte e Follia
ARTE E FOLLIA
di Antonio Caronia

seminario condotto da Antonio Caronia

La psichiatria come assistenza e repressione

La critica generale alle strutture di assistenza psichiatrica extra-manicomiale pag 130

Il sistema delle strutture psichiatriche pubbliche extramanicomiali ha un senso e una utilita’, e costituise un progresso, soprattutto nella misura in cui riesce ad assistere e a curare pazienti che altrimenti finirebbero in ospedale psichiatrico. Esso costituisce inoltre un passo in avanti non solo “civile," ma propriamente politico, nella misura in cui, invece di sequestrare problemi umani fuori dell’ambito sociale ordinario (nascondendo il risultato di contraddizioni sociali all’intemo dello spazio chiuso e non controllato del manicomio) gestisce questi problemi e queste contraddizioni nella societa’, in una situazione cioé in cui e’ piu’ facile un comtrollo diretto da parte della popolazione, degli strati piu’ consapevoli delle masse popolari, delle organizzazioni sindacali e politiche. Ma l’utilita’ delle strutture psichiatriche pubbliche extramanicomiali é assai piu’ discutibile in altri casi. Esse costituiscono assai facilmente una mistificazione, se si limitano a fornire una assistenza tecnicizzata, medicalizzara o puramente caritativa a persone che altrimenti non finirebbero in ospedale psichiatrico, sia perché presentano sofferenze psicologiche di gravita’ minore, sia perché presentano soltanto problemi di miseria e di disadattamento sociale. In tal caso lo sviluppare queste strutture significa si "curare" della gente che sta male (e bisogna allora vedere come, e se questa gente viene verameme curata), ma significa soprattutto psichiatrizzare le contraddizioni sociali, e riadattare gli individui alle ingiustizie della loro condizione di vita. Si comprende qui il ruolo possibile di strumenti che vanno dai tranquillanti, ai sussidi in denaro, ai colloqui consolanti con le assistenti sociali (le "rammendatrici dal dialogo facile"), alle interviste corali. La psichiatria come assistenza e repressione, psichiatri sempre pronti a dare rapide e autorevoli interpretazioni psicologizzanti e individualistiche a ogni problema. La scarsa utilita’ curativa della maggioranza degli ambulatori di igiene mentale e’ verificata dal fatto che i numerosissimi pazienti che vi convengono tendono spesso a dividersi in due categorie: o sono pazienti nevrotici lievi che consultano, con scarsi risultati, moltissimi medici, e provano moltissime medicine; oppure sono pazienti psicotici che, per lo scarso tempo che l’ambulatorio ha da mettere a loro disposizione, vengono presto inviati in manicomio "a scanso di responsabilita’" incrementando in tal modo i ricoveri. Queste strutture piu’ si sviluppano piu’ trovano clienti, e fabbricano pazienti con un meccanismo che praticamente va avanti senza limiti. Se si espandono senza un reale controllo, esse inevitabilmente sequestrano contraddizioni sociali in ambiti tecnici, psichiatrizzano l’assistenza e la carita’ pubblica (e quindi la rendono piu’ ambigua e mistificante, meno chiara) e man mano si estendono fino a intervenire con capillarita’ nelle scuole per isolare o riadattare chi non si integra, nelle fabbriche per "curare" gli operai che rifiutano l’organizzazione capitalista del lavoro, nelle istituzioni come le case di riposo per ottenere comportamenti ben "integrati," nei collegi e ospizi e nei quartieri poveri e malfamati per prevenire i ”disadattamenti” antisociali, nelle case degli immigrati per prendersi cura dei bambini “disambientati,” presso i vecchi pensionati per impedire loro di essere depressi, e cosi’ via curando senza limiti. Contemporaneamente, lo sviluppo dell’informatica conduce alla schedatura razionale dei pazienti (giustificata inizialmente con "esigenze terapeutiche"), alla centralizzazione ed elaborazione automatica dei dati, e quindi inevitabilmente alla schedatura di tutte le persone, soprattutto giovani, potenzialmente “disadattate.” D’a1tro lato, sarebbe un errore ritenere che il controllo sociale e la repressione vadano assumendo, nella societa’ industriale del tardo rupitalismo, soltanto la forma tecnicizzata della psichiatria pubblica. Questa tendenza esiste, ma non esclude e anzi integra le forme di controllo e di repressione piu’ tradizionali. In certi casi, il potere opta poi decisamente per queste ultime: l’esempio degli Stati Uniti e interessante. Nel 1963 il presidente Kennedy inizio’ un vasto programma di sviluppo di Mental Health Centers nel cuore dei quartieri poveri delle grandi citta’ americane. Lo scopo era quello di fornire ai neri dei ghetti efficienti strutture psichiatriche e assistenziali, e quindi ottenere· i loro voti alle elezioni: ma anche di controllare mediante strumenti di intervento psichiatrico e socio-psichiatrico una situazione urbana che stava diventando esplosiva. E’ interessante osservare che questo tentativo falli’ ancora prima della fine degli anni Sessanta: oggi questa politica e’ abbandonata, e il controllo dei ghetti urbani viene garantito da un lato dalla elargizione di sussidi di disoccupazione sufficienti alla sopravvivenza, e da un altro lato a forrne di controllo poco lecite e brutali. L’assistenza sociale, psichiatrica, l’assistenza scolastica e la lotta contro le tossicomanie integrano questa politica, ma in subordine. In Europa (e in particolare in Francia, che e’ all’avanguardia in questa linea) e’ invece possibile che il controllo e la repressione sociale tramite l’assistenza psichiatrica pubblica "nel territorio" siano destinati a svilupparsi ulteriormente nei prossimi anni.
Assistenza extramanicomiale e prevenzione. L’esperienza di Reggio Emilia
Equivoci particolarmente comuni, che concernono direttamente le funzioni illusorie e quelle reali delle strutture psichiatriche extra- manicomiali, si creano intorno agli usi correnti del termine "prevenzione.” Da alcuni, il termine ”prevenzione" viene ancora considerato sinonimo di "diagnosi precoce." La diagnosi precoce in psichiatria non puo’ che essere una sola cosa: la psichiatrizzazione e schedatura della marginalita’ e del dissenso senza che il paziente abbia palesi disturbi psichici, con particolare riguardo per i ”disadattamenti" dell’eta’ scolare e adolescenziale. D’altro lato, non e affatto semplice concepire un intervento psichiatrico che sia preventivo in senso corretto e appropriato, cioe’ sia basato sulla lotta contro le cause dei disturbi mentali. Il disturbo mentale non ha mai un inizio preciso: esso non é che una situazione di scompenso manifesto e ufficialmente riconosciuto nell’ambito di una storia personale le cui difficolta’ e i cui squilibri risalgono a condizionamenti estremamente complessi, e si perdono negli avvenimenti grandi e piccoli della vita, nell’adolescenza e nell’infanzia. Se talora si possono rintracciare uno o piu’ "avvenimenti chiave" che hanno scatenato il disturbo, e’ sempre vero che quest’ultimo non ha mai una causa unica, ma é il risultato di un’intera condizione esistenziale. Questa condizione di vita é in genere dominata da contraddizioni oggettive e materiali, prima che da contraddizioni psicologiche. Si puo’ riconoscere che esistono una serie di fattori che hanno una importanza particolarmente grande nel deterrninare i disturbi mentali, e questi fattori possono essere messi in fila in un elenco piu’ o meno lungo: la miseria con tutte le difficolta’ materiali e morali che l’accompagnano; la ignoranza; l’emigrazione; per il bambino, condizioni educative particolarmente svantaggiate sia per quanto riguarda il suo rapporto con i genitori, sia per i rapporti con i coetanei, sia anche per la selezione, la oppressione e i condizionamenti imposti dall’attuale sistema scolastico; per l’adolescente, condizioni familiari dominate da rapporti contraddittori; per il lavoratore, certe condizioni di lavoro particolarmente dure, degratificanti e alienanti; per la donna, la soggezione al lavoro domestico e al marito; le frustrazioni e le disillusioni dell’eta’critica e dell’eta’ della pensione; la solitudine e l’abbandono dell’età. Ma tutto questo non puo’ essere modifcato dagli operatori psichiatrici: cio’ che essi possono fare, imsieme agli altri lavoratori del settore sanitario e assistemziale, e’ di contribuire a sollevare il problema di queste contraddizioni (imvece di coprirle); di denunciare il fatto che la battaglia per la prevenziome e’ battaglia politica; di contribuire ad aprire, e a mantemere aperti, dei fronti di lotta su problemi politici specifici come, in particolare, quelli delle organizzazioni psichiatriche e sanitarie, della scuola, della fabbrica, della comdiziome femmimile proletaria. Solo questa é vera prevenzione psichiatrica. La comunita’ terapeutica, per quanto esperienza sempre " marginale" e inevitabilmemte volontaristica, aveva costituito e costituisce la risposta ancora piu efficace agli orrori e alle mistificazioni dell’ospedale psichiatrico all’interno dell’ospedale stesso. In Italia, la comunita’ terapeutica di Gorizia aveva saputo vivere e interpretare, talora anche in modo consapevolmente autocritico, la propria esperienza in termini politici: cio’ aveva contribuito in modo determinante a rilanciare, dopo il 1968, una serie di iniziative di rinnovamento della assistenza psichiatrica in tutto il paese. Gli operatori - alcuni dei quali provenienti dalla esperienza goriziana - che nel 1969 comimciarono a lavorare a Reggio Emilia nei servizi provinciali non residenziali, hanno inteso verificare la possibilita’ di un intervento psichiatrico di tipo nuovo, im pid stretto confronto con le contraddizioni sociali e di classe, con la vita delle ammimistrazioni locali, dei partiti, dei sindacati, delle lotte politiche e·civili di base. Non e’ questa la sede per tracciarne la storia, né un bilacio: dalla esperienza reggiana risultano pero’ alcune indicazioni su quello che di positivo si puo’ fare talora nei servizi ”esterni.” In primo luogo, un servizio psichiatrico “esterno" non puo’ né deve venire incontro a tutte le possibili esigenze , immediatamente dilatabili, di assistenza psichiatrica nel territorio. Il suo fine deve essere piu’ di suscitare dei problemi, che di risolverli; i suoi compiti istituzionali devono essere il piu’ possibile svincolati da obblighi di legge, e da rapporti com le autorita’ di polizia. Esso deve limitarsi a soddisfare le domamde di assistenza a cui puo’ concretamente venire incontro, dando la precedemza ai pazienti appartenenti alle categorie sociali meno privilegiate (e im particolare a coloro che corrono rischi di ricovero), ma subordinando il lavoro assistenziale a um lavoro preventivo politicamente corretto; deve poter recarsi facilmente a domicilio dei pazienti; coinvolgere ogni volta che sia possibile famiglie e persone, gruppi, strutture sociali (come le strutture di quartiere) al di fuori della famiglia; fare interventi tecnico-politici nelle scuole (ma non su richiesta e agli ordimi delle autorita’ scolastiche) e nelle fabbriche (ma solo dietro richiesta degli operai); rendersi disponibile per interventi domiciliari intensivi anche in situazioni gravi, ma cercare di non intervenire mai senza o contro il parere dei pazienti designati, e comunque in nessun caso in collaboraziome con la forza pubblica; cercare se possibile non di non "curare" ogni paziemte da solo ma di trattare i pazienti insieme, in situazioni di gruppo; legare strettarnente l’intervento terapeutico-assistenziale all’intervento politico (sollevando i problemi piu’ concreti della salute e del benessere); favorire la nascita e la crescita di altre strutture assistenziali gestite dalla popolazione e dalla base operaia e contadina, e politicamente consapevoli e "avanzate" (strutture di difesa della salute dei lavoratori, di difesa dei diritti dell’infanzia, di assistenza agli anziani); suscitare ogni volta possibile riunioni e discussioni collettive; svolgere un lavoro terapeutico mirante a collegare il processo di guarigione alla presa di coscienza, da parte del paziente e del suo gruppo di riferimento, per quanto riguarda le loro contraddizioni personali e sociali; operare per un controllo di base delle istituzioni psichiatriche (manicomi in primo luogo), e per la loro messa in questione. Un lavoro del genere non puo’ probabilmente che basarsi su di una serie di piccole équipes di 3-10 persone, ciascuna strettamente legata a una singola zona e alle sue lotte, e costituite esclusivamente da personale politicizzato, in cui gli operatori psichiatrici di base (gli ”infermieri" — o meglio coloro che negli Stati Uniti vengono chiamati lavoratori di igiene mentale di comunita’") abbiano un alto livello di qualificazione tecnica e una notevole autonomia operativa. (Buona parte degli infermieri dei centri di Reggio non avevano nessuna esperienza psichiatrica prima di cominciare a lavorare e furono assunti proprio per questo motivo: essi furono scelti sulla base delle loro motivazioni a fare un lavoro del genere, e delle loro capacita’ di rapporto umano con i pazienti; diversi di loro sono oggi di fatto degli psicoterapeuti di ottime capacita’.) Un altro aspetto riguarda la gestione interna del lavoro, che non puo’ che basarsi sulla collaborazione di gruppo, su di una omogeneizzazione dei ruoli e una diminuzione del potere tradizionale dei medici, sul "tempo pieno" per tutti, su di un rapporto molto informale fra gli operatori, e su frequenti e ampie verifiche collettive delle linee ope- rative. In condizioni politiche favorevoli un lavoro del genere e’ possibile. Esso e’ stato possibile e ha avuto un senso come attivita’ dei Centri di Igiene Mentale (Servizio Psichiatrico Provinciale) di Reggio Emilia dal 1969 per alcuni anni, malgrado crescenti ostacoli politici, fino all’ epoca della stesura di questo libro. Una struttura di questo genere non ha come scopo primario di risolvere contraddizioni individuali e sociali, ma oflre nondimeno un servizio e delle terapie. Senza un "prendersi cura," concreto e efficace, di sofferenze individuali, nessun discorso sulla "prevenzione politica” e’ "credibile." Ed e’ proprio a partire da singoli casi, anche gravi, e dalla loro cura, che é possibile riportare le contraddizioni psicologiche alle contraddizioni sociali, e aprire nel concreto un discorso politico, attraverso dibattiti collettivi, riunioni, discussioni, interventi. Questo tipo di lavoro permette fra l’altro di fare una serie di verifiche piu tradizionalmente "scientifiche": sulle possibilita’ e i limiti delle terapie e degli ambulatori di gruppo; sui limiti e sulle tecniche della psicoterapia della famiglia in ambiente proletario; sulla possibilita’ di curare a casai pazienti gravemente psicotici; sui limiti della spontaneita’terapeutica" in volontari negli operatori meno esperti; sulle reali possibilita’ di fondare sempre la psicoterapia sulla "presa di coscienza"; sulla utilita’ e i limiti di una impostazibne terapeutica che utilizzi la psicanalisi, o la psicologia dei gruppi, o le tecniche psicoterapiche relazionali, fra operatori politicizzati in senso marxista; e cosi’ via. I limiti piu’ immediati derivano per un lato dalle grosse difficolta’ che si incontrano nel voler superare i pregiudizi e l’ideologia dominante nella popolazione per quanto riguarda i disturbi mentali, la loro "cura,” e il culto dei medici e delle medicine; per un altro lato, derivano dal fatto che un lavoro del genere non puo’ (né deve) svilupparsi per iniziativa esclusiva di un gruppo di operatori, ma deve venir condotto sulla base delle piu’ vive e valide spinte politiche esistenti localmente, articolandosi con le lotte che in conciso vengono portate avanti nel territorio. Si ha qui la impossibilita di fare "esperimenti in un vaso chiuso,” o “fughe in avanti" svincolate dal contesto sociale e politico reale. Se, per fare un esempio, in una fabbrica si vuole sollevare una azione di discussione, inchiesta di base, e presa di coscienza collettiva sui rapporti fra organizzazione del lavoro e nevrosi, e” chiaro che questa iniziativa deve articolarsi con la situazione delle lotte operaie nella zona e in quella fabbrica stessa: cosi, in certi momenti una inchiesta autogestita sulla salute mentale in quella fabbrica puo’ avere un senso politico, ed essere "sentita" dalla base; in altri momenti, e’ possibile che il problema della salute mentale passi in secondo piano, o debba essere accantonato perché esistono obiettivi piu’urgenti, ad esempio relativi al salario, o alla garanzia dell’ occcupazione. Difficolta’ e ostacoli ben piu’ concreti risultano dagli ambienti politici e professionali retrivi, conservatori od opportunisti cioé dagli ambienti di destra, dagli ambienti psichiatrici manicomiali o universitari, dalla corporazione medica, e da tutti i centri di potere interessati alla salvezza dello status quo. Viceversa, insistere sul fatto che le iniziative psichiatriche nel territorio e nelle istituzioni i di ricovero hanno possibilità di svolgere un lavoro politicamente utile - nella misura in cui riescono a legarsi e commisurarsi ai bisogni e alle rivendicazioni della base popolare, e a lotte politiche e sindacali di classe laddove esse attivamente esistono e dove non sono ingabbiate da una gestione puramente riformistica.
I limiti generali delle esperienze psichiatriche ”alternative"
La umanizzazione e democratizzazione della assistenza psichiatrica possono essere un passo avanti politico, che apre nuove contraddizioni e demistifica la falsa pretesa di neutralita’ della psichiatria. Ma possono essere anche una operazione di copertura, e l’elaborazione di strumenti piu’ mirati ed efficaci di oppressione e di mistificazione. Il significato delle esperienze psichiatriche “alternative” non va sopravvalutato: in somma, si tratta solo di capire che cosa significa ”alternativo.” La "comunita’ terapeutica" e’ una risposta al manicomio tradizionale, ma in fondo non e’ che un manicomio non tradizionale, che riesce talora, ma non sempre, a far intravedere “nuovi rapporti umani" anche perché non fa direttamente i conti con la realta’ sociale e politica che sta fuori dalle sue mura. La tecnica neocapitalistica dell’autogestione fornisce qui agli psichiatri manicomiali e ai custodi dell’ordine pubblico un modo solo piu’ umano, efficace e indolore di gestire le vecchia finalita’ di assistenza, repressione e rieducazione nei confronti delle persone giudicate “malate di mente,” e “da separare dal loro ambiente." L’ideologia interclassista della uguaglianza, della tolleranza e della comunita’ non serve necessariamente a una presa di coscienza: se e’ vero che in certi momenti storici e in certe situazioni una esperienza di "comunita’ terapeutica" puo’ assumere un importante e positivo signiiicato politico, ad esempio contribuendo a lotte e "crescite" (di massa in studenti o operai), e’ anche vero che puo’ accadere molto facilmente il contrario. La comunità terapeutica puo’ essere un alibi assistenziale, relegato ai margini; l’ideologia di esperienze di questo tipo puo’ servire come mascheramento e copertura di problemi politici e (di classe più gravi e più reali; così certe tecniche specifiche della comunita’ terapeutica vengono oggi usate in collegi, carceri, e anche nell’industria per far meglio collaborare gli operai. Quanto al mito della "non violenza" nei confronti dei pazienti psichiatrici, esso maschera il fatto che qualsiasi caso psichiatrico e’ il prodotto di una violenza, e che qualsiasi cura psichiatrica si basa soprattutto all’interno delle istituzioni di ricovero su di un ineliminabile rapporto di potere (che si fonda su privilegi di classe), e piu’ spesso di quanto non si vuole ammettere su violenze psicologiche o materiali ben precise. Basti pensare al fatto brutale che e’ possibile, nella nostra societa, aiutare e assistere tutti i casi con bisogni e problemi psichiatrici senza ricorrere talvolta a dosi elevate di sedativi o a qualche materiale limitazione della liberta’ personale del paziente. Anche le esperienze ”alternative" di psichiatria “extramanicomiali" cioe’ "nel territorio" presentano limiti evidenti. Cosi’ come avviene per le "comunita terapeutiche," esse rischiano di essere "esperienze esemplari,” possibili in circostanze fortunate o eccezionali, e valide solo per alcune indicazioni che esse offrono su come operare e regolarsi in rari casi psichiatrici e in certe circostanze sociali, ma non in tutti in tutte le circostanze. La loro incidenza sociale e politica rimane marginale: anzi, e’ proprio questa marginalita’ a garantirne la sopravvivenza. Gli organisrni privati o pubblici che assicurano il necessario mantenimento a queste strutture assistenziali non sono mai organismi rivoluzionari, e hanno sempre le loro finalita’. Piu l’esperienza psichiatrica extramanicomiale "alternativa" e "avanzata" acquista peso, autonomia e importanza nella zona, più la committenza ha interesse a ricondurla nei binari di un servizio di assistenza pubblica efficiente e ”moderno” che rispetti le regole generali del gioco, e si limiti a fornire senza troppe scosse un contributo alle linee politiche (a seconda dei casi conserva- trici, reazionarie,o civilmente progressiste) prevalenti nelle forze che localmente sono appaltatrici del potere statale e amministrano la tutela dell’ordine " civile. " " Né, d’altro lato, sarebbe giusto pretendere che le cose andassero sempre diversamente. La rivoluzione non si fa con la psichiatria, e neppure la lotta politica si pub fare solo con la psichiatria. Tutte le esperienze psichiatriche "a1ternative" sono solo esperienze piu’ avanzate, che se vengono condotte correttarnente e se la situazione e’ favorevole possono talora fornire per un dato periodo un contributo utile e corretto sia a lotte politiche di massa, sia a una più chiara presa di coscienza delle contraddizioni della società in studenti, operatori, amministratori, sindacalisti, quadri politici e semplici cittadini. Ma basta un piccolo mutamento della situazione politica generale, o un minimo cedere degli operatori psichiatrici ai miti, alle lusinghe tecniche (e spesso, alle precise pressioni dei burocrati) che spingono verso l’ assistenzialismo, perché anche quel margine di utilità politica "disfunzionale al sistema" si sfaldi, e tutta l’attività psichiatrica si ritrovi a essere funzionale, senza residui, alle esigenze dell’ordine del potere. Ma se per “antipsichiatria” si intende una azione organizzata per abolire non solo i manicomi ma anche tutte le terapie psichiatriche mistificanti, integranti e oppressive, occorre dire che una azione del genere (sul cui realismo, sulla cui fattibilità e sulla cui "presa" politica ni potrebbe comunque ampiamente discutere) non può comunque essere condotta da chi è operatore psichiatrico. Non è evidentemente il caso di riesumare la pretesa individualista, velleitaria, elitaria, ingenua e politicamente scorretta di quell’operatore-tecnico che — cosi egli dice -— "nega il proprio ruolo.” Una affermazione del genere non ha alcun senso. Chi vuol cambiare mestiere lo può sempre fare (e magari fa bene), così come è chiaro che vi sono situazioni in cui fare l’"operatore psichiatrico di sinistra" diventa impossibile e mistificante, e uno e costretto a limitarsi a fare politica in qualche altro modo. (Ma è utile ricordarsi qui del fatto che anche Frantz Fanon, medico e rivoluzionario, non abbandonò mai, contrariamente a quanto credono alcuni, il suo mestiere di psichiatra.) Chi invece non vuole cambiare mestiere, deve fare dei compromessi. Quello che ci interessa, è chiederci che cosa può fare l’operatore che lavora in campo psichiatrico, nella misura in cui si pone il problema di portare certi orientamenti politici all’interno del suo modo professionale di operare. Non ci si faccia troppe illusioni anche nei casi migliori gli spazi sono stretti. Chi lavora in campo psichiatrico (in modo analogo a chi è operatore-tecnico in un collegio o in un carcere) e in ultima analisi il servo del potere: ciò dipende sempre da coloro che dandogli i soldi e i mezzi per lavorare e per vivere, vogliono in cambio un servizio preciso. Ad esempio, così come un ospedale psichiatrico pubblico é tenuto per legge a tutelare i ricoverati, a custodirli al proprio interno, a non lasciarli scappare (se scappano, o devono essere dimessi sull’istante, o si è obbligati ad avvertire la polizia perché li vada a riprendere) anche i servizi psichiatrici extramanicomiali hanno talora l’obbligo, dalle pubbliche autorita, di intervenire per controllare il comportamento delle persone che, nella comunità civile, diano scandalo o sono giudicate pericolose. Ma le richieste del potere sono spesso più complesse e sottili, anche se non certo meno ferree. Anche l’idea di poter non essere condizionati da qualsiasi forma di finanziamento è illusione. Se terapeuti non stipendiati richiedono ai pazienti una parcella in misura tale da finanziare l’iniziativa psichiatrica, questo significa selezionare e curate i più ricchi. Se invece i pazienti non vengono fatti pagare (o se — come sarebbe in fondo più giusto, anche per motivi psicologici — vengono fatti pagare in ragione delle loro possibilità) i casi sono due. 1) O il personale lavora a titolo volontario o semivolontario, ma allora deve avere altri redditi (e redditi privilegiati), non può mobilitarsi sindacalmente, si astrae dalle lotte politiche e sindacali dei lavoratori della salute, è diviso, e alla lunga non si impegna a sufficienza. (A meno forse che, talora, la struttura assistenziale ”alternativa" oltre a essere fortemente politicizzata sia anche di dimensioni e ambizioni molto ridotte.) 2) Oppure ( vengono accettati lasciti, stipendi e sovvenzioni, ma questi condizionano presto o tardi (di solito presto) la finalità dell’iniziativa. (Quest’ultima è del resto anche la storia delle “free clinics" sorte negli Stati Uniti dopo il 1968.) L’operatore può cercare di legarsi a movimenti rivoluzionari di massa e ottenere margini di autonomia dall’istituzione, ma questo può avvenire solo in casi eccezionali ed entro certi limiti. (In questo senso, il caso più interessante di legame organico fra iniziative politiche di base e iniziative psichiatriche "non conformiste” sembra essere stato . quello sviluppatosi nella comunità portoricana del quartiere nuovaiorchese del South Bronx dopo il 1968.) Cosi, l’operatore potrà e dovrà battersi affinché ogni volta possibile i problemi psichiatrici, apparentemente “tecnici," vengano portati sul loro terreno reale, che è quello politico, e affinché su questo terreno si conducano delle lotte: ma questa non é una battaglia che possa essere vinta nella attuale situazione storica, anche se talora sono possibili successi parziali. Non saranno né gli operatori né gli amministratori a "liberare la psichiatria": e una psichiatria “alternativa" e "contro il sistema" in fin dei conti non è mai esistita. La psichiatria resta nella nostra società, e resterà fin tanto che una societa é divisa in classi, essenzialmente uno degli strumenti di repressione e di integrazione di cui dispone lo stato, e quindi la classe al potere, per gestire i propri privilegi. Lo stato non vi può rinunciare: non può rinunciare a disporre delle carceri, e così non rinuncia a gestire i manicomi e le strutture equivalenti, o i servizi psichiatrici in genere. Per ora le cose non possono essere diverse: la psichiatria non potrà essere restituita a una funzione solo terapeutica, cioè non potré essere ”liberata,” se non in una società senza classi. Ma forse a quel momento anche le contraddizioni sociali che dominano l’insorgenza dei disturbi mentali saranno attenuate o scomparse.

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