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ALCUNE NOTE SUL TEMA DELLE ISTITUZIONI
di Tiziana Villani

La trasformazione tecnologica che caratterizza il nostro tempo affetta non solo l’ambito materiale, ma in modo più decisivo, i processi di produzione delle soggettività. Per comprendere in che modo questi processi si producano dobbiamo nuovamente restituirli al piano ambientale in cui sono iscritti. Il piano della “complicazione” della tarda modernità incontra nell’ecosistema urbano e nelle soggettività che vi si producono la trama delle articolazioni di quelle che Donna Haraway chiama “ibridazioni storiche emergenti”. [1] Tale complicazione riguarda il potenziamento, ma anche la valorizzazione di una corporeità che nell’urbano incontra la propria protesi. Questo potenziamento / svilimento incide sulle espressioni delle soggettività. L’uso delle reti d’informazione, di trasporti, di abitazioni dotate di elettrodomestici e sistemi di controllo, piuttosto che video, telefonia e molto altro ci inducono a sperimentare una spazialità capace di coniugare locale e globale, materiale e immateriale, velocità e immobilità. Questo meccanismo segna in modo decisivo alcune espressioni dell’esistere, che avevamo considerato come scontate. Il biologico si trasforma in biotecnologico aprendo il campo non solo al miglioramento delle pratiche tecno-scientifiche, ma richiedendo un ripensamento dello statuto del bìos. [2]
Dalla riflessione attinente la produzione di soggettività, nel senso indicato da Michel Foucault, si passa alla considerazione della produzione di vita. Le ibridazioni che si producono nella sfera dell’urbano esploso non sono tutte soddisfacenti al pari delle istituzioni che dovrebbero realizzare la potenza di forze immaginative che l’economicismo tende invece a catturare e bloccare. Infatti, la messa in valore delle possibilità di vita richiede in parallelo una considerazione di produzione di urbanesimo inteso non solo nella sua materialità di spazi, risorse, energie, abitare quanto, se non soprattutto, nelle capacità immaginative di percorsi di “soddisfazione”. È questo il tema delle “istituzioni”, ben indagato da Ubaldo Fadini, che in proposito scrive: “Se si porta quindi l’attenzione al motivo dell’istituzione è proprio perché l’analisi dell’utilità conduce ancora al di là della legge, alla dimensione stessa dell’istituzione, da cogliersi come ‘sistema artificiale di mezzi positivi’”, invenzione pratica e positiva di ‘mezzi indiretti’. L’idea di istituzione, la concezione di quest’ultima qui delineata, rovescia letteralmente il contenuto proprio delle teorie contrattualistiche, visto che il positivo è posto appunto nel sociale (inventivo, creativo), mentre il negativo sta fuori da quest’ultimo”. [3]
Il potenziamento delle articolazioni delle forme di vita si coniuga con la tendenza all’inurbamento prima considerata, che è una tendenza quanto mai contraddittoria e complessa, in cui il sociale è chiamato a esprimere la sua creatività per realizzare nuove istituzioni. Non a caso, tale processo appare ingovernabile.
Per questo motivo l’architettura è in crisi, perlomeno l’architettura [4] nella sua variante estetizzante. Ancora per questo motivo, indagini e statistiche, economicismo e descrittivismo appaiono strumenti inefficaci, anche nel solo voler monitorare tale trasformazione. Tutte queste discipline sembrano essersi ritratte nel sistema delle narrazioni. Crescita demografica, prolungamento della speranza di vita, rivoluzione urbana devono far ricorso alle tecnologie, non solo per quanto riguarda la disponibilità di risorse, beni, informazione, ma soprattutto per favorire la considerazione di una sfera biotecnologia che ripensi lo statuto di cittadinanza, ossia i diritti costitutivi di una nuova polis su scala ecumenica che dovrà confrontarsi con le sue molte articolazioni, ma che potrà definire diritti di base inalienabili. Se invece, si continuerà a insistere sui processi di privatizzazione, esclusione, gerarchizzazione l’ecosistema urbano non potrà che essere uno spazio di guerra infinita, come testimonia la storia recente.
Vanno interpretate in tal senso le riflessioni che la Haraway per un verso e Vandana Shiva dall’altro, svolgono partendo da approcci apparentemente diversi, ma che convergono sulla necessità di riformulare quelli che in questo testo abbiamo chiamato le istituzioni della nuova polis.
La città continua a costituire un luogo di approdo, anche quando l’abitare si ritaglia sui marciapiedi, negli angoli delle strade. L’urbano si articola in una trama territoriale che intreccia ricchezze e povertà, luoghi di dominio e spazi di esclusione. Eppure, tutte queste dimensioni assediano la medesima realtà e vi s’incontrano prossime, anche quando i tentativi di perimetrazione e securizzazione dei diversi quartieri e zone appaiono particolarmente aggressivi. La fisicità del fenomeno urbano non può così prescindere dalla considerazione della sua dimensione virtuale, ma anche dal suo rilevante portato simbolico e creativo utile alla realizzazione “di atti di resistenza al presente” come indicava Gilles Deleuze volendosi riferire alla potenza di ciò che creazione e che si realizza sempre in quell’insieme che abbiamo chiamato “ambiente”.  [5]
La nuova matrice presume l’assunzione della dimensione plurale nei processi di soggettivazione, un ritorno anche alla terra del rimosso, in modo da riconoscere la portata del mutamento in corso, questa deve quindi dotarsi di un nuovo récit, ossia di un laboratorio in cui forgiare istituzioni adeguate. Questa crisi è dunque anche un’occasione, la possibilità di liberare la dimensione molteplice in un nuovo patto sociale. Spetta a questa lotta rompere con ogni forma di complicità con il pensiero tecnocratico, e prima di tutto con la guerra che di questi non è altro che un’altra variante di espressione. La nuova matrice dovrà riconsiderare l’ambiente materiale e virtuale riconoscendo la svolta antropologica intervenuta. Riconoscere la ferita vuol dire predisporsi alla “cura” attraverso una creazione politica, economica e sociale che inventi istituzioni capaci di ripartire dal diritto alla soddisfazione delle esistenze nel tempo della mutazione antropologica. Bisognerà inventare anche una nuova lingua che dia conto e valore del sistema degli affetti, che comprendono le differenze, una lingua che lotti costantemente con il preteso razionalismo di un economicismo volto a salvaguardare unicamente i privilegi delle élites. Questa lingua sarà frutto di un travaglio capace di ripensare l’animale tecnicamente modificato che siamo, al pari dell’ambiente in cui esistiamo.
Corpo e immaginario e istituzioni sono inestricabili, la materia dei corpi è il tessuto della potenza immaginativa, dei simulacri per dirla con Deleuze e Pierre Klossowski. [6] Questa potenza combatte contro il corpo-cosa, il corpo umiliato e con il depotenziamento delle istituzioni. Nella creazione di simulacri i corpi e la società compiono il percorso di attraversamento e di incontro con il proprio demone, il corpo-cosa invece vive nella separazione, nella completa alienazione dal desiderio di vita.
L’intensificazione dei processi di an-estetizzazione sensoriale [7] non si producono più nel solo ambito delle istituzioni tradizionali, anzi il loro intervento avviene in modo più radicale, nelle solitudini e nelle separatezza delle esistenze odierne. I luoghi di lavoro, le abitazioni, gli spazi pubblici, i luoghi del divertimento appaiono come spazi di un addomesticamento sensoriale che ci spinge all’adeguamento dei corpi in funzione di un primato del vedere sempre più stereotipato. In questo senso possiamo leggere il collasso di quello “spessore” del corpo e del mondo di cui parlava Merleau Ponty. Consideriamo con attenzione le riflessioni del filosofo francese: “Lo spessore del corpo, lungi dal rivaleggiare con quello del mondo, è al contrario il solo mezzo che ho di andare al cuore delle cose, facendomi mondo e facendolo carne […] l’essere carnale come essere delle profondità, a diversi strati o a diverse facce, essere di latenza, e presentazione di una certa assenza, è un prototipo dell’Essere, di cui il nostro corpo, il sentente sensibile, è una variabile molto importante, ma il cui paradosso costitutivo è di già in ogni visibile…”. [8] Ma è proprio il corpo, inteso come “sentente e sensibile”, a essersi trasformato nell’oggi in piano di sperimentazione della desensibilizzazione sia soggettiva che sociale. Il corpo è chiamato a divorziare dalla carne e dunque dall’ambiente originario, la desensibilizzazione è uno svuotamento della trama degli affetti che ci rende sprovvisti di un “mondo dato” in favore di un “mondo possibile”, reso tale dalla potenza dell’immaginazione. [9] È l’animale che si trasforma sempre più in carne macellata.


[1Cf. Donna Haraway, Manifesto Cyborg, Feltrinelli, Milano 1995.

[2Vale la pena considerare in proposito le analisi di Roberto Esposito laddove rileva che: “il corpo che sperimenta in maniera sempre più intensa l’indistinzione tra politica e vita non è più quello dell’individuo, né quello sovrano delle nazioni, ma quello, contemporaneamente lacerato e unificato, del mondo”. Roberto Esposito, Bìos. Biopolitica e filosofia, Torino, Einaudi, 2004, p. XV.

[3U. Fadini, Istituzioni e soggettività, in “Iride”, n.65, aprile 2012, p.96.

[4La crisi del progetto in architettura è stata polifonicamente affrontata in “Millepiani/Urban”, n.3 Critica della ragione urbana. La città frattale tra progetto e abbandono, Milano, Associazione Culturale Eterotopia, 2011.

[5L’atto di creazione come resistenza al presente è ciò che più viene messo in crisi nelle “società di controllo”. Cf. Gilles Deleuze, Qu’est ce que l’acte de création?, Conferenza del 17 maggio 1987, Fondazione Femis.

[6Al tema dello Straniero Pierre Klossowski ha dedicato la sua importante trilogia raccolta ora in Les lois de l’hospitalité, Paris, Gallimard, 1965. La teatralizzazione dei rapporti permette all’autore di far irrompere lo straniero come fattore che sempre destituisce ogni processo identitario.

[7In merito al ruolo di diagnostico del filosofo Gilles Deleuze e Félix Guattari, così si esprimono: “Diagnosticare il divenire in ogni presente che passa è il compito che Nietzsche assegnava al filosofo in quanto medico, ‘medico della civiltà’ o inventore di nuovi modi di esistenza immanenti”, Cf. Qu’est-ce que la philosophie?, (tr.it., Torino, Einaudi, 1996, p. 106).

[8M. Merleau-Ponty, Le visible et l’invisible, Paris, Gallimard, 1964, pp. 176-177.

[9Vedi in proposito il bel lavoro di Claudia Landolfi in cui l’immaginazione è una potenza desiderante, attinente il soggetto nella società. C. Landolfi, Per una genealogia “eretica” dell’istituzionalismo. Il contributo di Gilles Deleuze, in “Democrazia e diritto”, n.2, 2009.

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