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TRATTORI, CODICI APERTI, AUTONOMIA: LA STRADA C’È, NON CI RESTA CHE PERCORRERLA
di Serpicanaro


Negli ultimi 5 anni si sta facendo strada, affiancandosi a quello di open-source software, il concetto di open-source hardware, o anche detto open-hardware.
Il termine, serve a definire tutti quegli artefatti tangibili – macchinari, dispositivi, o altre oggetti fisici – il cui design è stato rilasciato pubblicamente in modo tale che chiunque possa realizzarli, modificarli, distribuirli ed utilizzarli. Non si tratta solo di un concetto, ma di un vero e proprio movimento, che vede nella condivisione delle informazioni e nella collaborazione, la base per una rivoluzione dal basso limitando al minimo il linguaggio della politica e della speculazione astratta.
Uno degli esempi più significativi di questo movimento è il progetto Open Source Ecology: una rete di agricoltori, ingegneri e sostenitori che da circa un paio d’anni lavora al Global Village Construction Set, una piattaforma tecnologica open-source ad alte prestazioni e a basso costo, che permette la fabbricazione autonoma di 50 macchine industriali utili per l’esistenza di “una civiltà sostenibile e dai comfort moderni”.
Open Source Ecology, è stata fondata nel 2003 da Marcin Jakubowski, americano di origine polacche, diventato famoso sulla scena mondiale a partire dalla sua presentazione alla TED Conference di un paio di anni fa e di cui potete vedere il video qui sotto (disponibile anche con i sottotitoli in italiano).

Laureato in fisica, si è subito reso conto di non avere molte opportunità di lavoro, si sentiva carente di capacità pratiche e per nulla attratto dalla società dei consumi che voleva accoglierlo a braccia aperte. Decide quindi di trasferirsi in Missouri per fare il contadino. Acquista una fattoria, dei macchinari e dopo varie vicissitudini che lo portano quasi alla bancarotta giunge alla conclusione di come fosse mantenuto spropositamente alto il costo di acquisto e mantenimento di macchinari industriali per l’agricoltura e come questi ultimi non avessero le qualità necessarie a uno stile di lavoro sostenibile: oltre a non essere a baso costo, non erano modulari, robusti, efficienti, e non si potevano riparare in autonomia.
Proprio a partire da queste considerazioni è iniziata la sua avventura e il progetto che gli ha cambiato la vita e la sta cambiando ad altri come lui nel mondo. Il Global Village Construction Set è composto da trattori, forni per il pane, macchine per creare circuiti elettronici e altri strumenti che sono alla base della nostra civiltà, realizzati a partire da materiali locali, progettati per durare una vita e per non rompersi in maniera programmatica.
Marcin ha iniziato a lavorare al progetto da solo, costruendo con le sue mani alcuni elementi base e testandoli nella sua fattoria: i risultati si sono rivelati subito sorprendenti e a oggi, 12 delle 50 macchine sono state prototipate, e di 4 è disponibile tutta la documentazione.

Ma il vero aspetto rivoluzionario si è innescato quando Marcin, invece di brevettarle o proteggerle, ha pubblicato tutte le informazioni, i disegni tecnici, le istruzioni, i codici per permettere ad altri di realizzare le stesse macchine e di migliorarle collaborando al progetto.
Il team che si è creato, in costante crescita ed evoluzione, ispirato dal successo che l’open software e la sperimentazione sulle licenze Creative Commons ha avuto negli ultimi anni, è convinto che l’open hardware sia l’ambito nel quale è possibile cambiare la vita di milioni di persone in modo concreto. Abbassando le barriere e permettendo alle persone di coltivare, costruire, produrre in modo efficiente e autonomo, fa scaturire tutte una serie di reazioni a catena positive sia nei paesi in via di sviluppo, sia nella nostra società resa schiava dal consumo che ci ha espropriato di una cosa fondamentale: la capacità di saper fare.

L’innovazione dal basso: l’esempio di Fablab e Makerspace

Pensare a nuove soluzioni e renderle concrete non è un compito realizzabile da una persona sola. Per anni si è guardato con ammirazione e curiosità ai gruppi di lavoro di Ricerca&Sviluppo presenti nelle grandi aziende, catalizzatori di talenti e in grado di investire risorse nell’individuare percorsi attuabili. Nell’ambito della crisi contemporanea, poche sono le aziende e le istituzioni che riescono a intraprendere questo percorso ma forte è la domanda di innovazione.
Il concetto FabLab è nato come componente educativa di sensibilizzazione su tematiche di tecnologia e innovazione sociale al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e finanziato dal Centro di Bits & Atoms. FabLab significa "laboratorio di fabbricazione" e rappresenta una versione in scala ridotta di una specie di fabbrica di produzione. Il Fablab è composto da una serie macchinari di tipo industriale, strumenti di fabbricazione digitale, banchi da lavoro di elettronica, computer, software open source di progettazione e soprattutto dalle persone che lo abitano e lo animano ogni giorno.
Mentre però le fabbriche sono utili per la fabbricazione di migliaia di pezzi in catena di montaggio, il Fablab può essere usato da cittadini per creare prototipi per modelli di ingegneria e architettura attraverso una progettazione basata su computer o software di disegno, nella maggior parte dei casi software open source, utilizzati per creare modelli che vengono quasi automaticamente fabbricati da una tagliatrice laser, una fresa o una macchina di formatura sottovuoto.
La natura trasversale delle tecnologie di fabbricazione si presta alla messa in pratica di approcci scientifici, ingegneristici e tecnologici di base e stimola un "saper fare" all’interno della comunità che permette di imparare dagli altri in un contesto creativo, innovativo e spontaneo.
I FabLab non sono un’esperimento completamente nuova e originale perchè possono essere visti come una sorta di evoluzione degli hackerspace, i laboratori di informatica autogestiti diffusi specialmente in Germania intorno agli anni Novanta. Sono nati principalmente grazie al finanziamento di università o istituzioni che li ospitano ma recentemente sono in corso di sviluppo degli esperimenti analoghi chiamati Makerspace che hanno come primo obiettivo la ricerca di una sostenibilità economica autonoma fornendo una piattaforma in cui le comunità possono avere accesso a strumenti avanzati per affiancarsi alle persone nella realizzazione di prodotti e soddisfare esigenze locali.
Il punto di forza di tali iniziative è che la progettazione può raggiungere uno stadio di completezza fino a raggiungere la fabbricazione di prodotti fisici in piccola serie grazie a un’esperienza manuale diretta e di condivisione orizzontale di conoscenze che permette a chiunque, con o senza una formazione tecnica di base, di imparare a rendere concreta e tangibile la loro immaginazione.
I Fablab stanno diventando sempre più centrali nella produzione di capitale umano qualificato necessario per un futuro di ricerca e sviluppo autonomo, capillare e distribuito sul territorio specialmente nel momento in cui chi li fonda conosce il territorio e ne segue le sue specificità attrezzando lo spazio per rispondere alle esigenze dei contesti spontanei che lo circondano. E da questo approccio nascono Makerspace con tematiche più definite, attrezzati per rispondere a necessità più settoriali.
Nell’ambito dell’abbigliamento negli ultimi anni hanno aperto vari esperimenti. Dai Sewing Cafè in cui è possibile affittare a ore macchine da cucire professionali e partecipare a workshop in un contesto urbano e sociale. Alcuni Fablab hanno dedicato percorsi di formazione nell’utilizzo di macchine per il ricamo, stampanti 3D e lasercut per la prototipazione di accessori, elettronica base per testare progetti di tecnologie indossabili attraverso piattaforme semplici da programmare e open source come Arduino, che sta alla base di molti macchinari dello stesso Global Village Construction Set.

Condivisione di infrastrutture e conoscenze per una nuova idea di lavoro

Piccoli laboratori nati nei garage, nelle case, in scantinati cittadini ma spesso anche in campagna iniziano a connettersi, collaborare e rendersi visibili ricorrendo agli strumenti partecipativi messi a disposizione dal web 2.0. Piattaforme di e-commerce che connettono direttamente produttori a consumatori, community online e social network intrecciano persone con le stesse passioni che possono scambiarsi istruzioni, codici, trovare soluzioni e cercare collaboratori.
Queste sono alcune dinamiche che abbiamo visto emergere nella scena del "fai-da-te" o DIY (do-it-yourself), specialmente internazionale, in cui si affianca la riappropriazione di un saper-fare perduto con un rinnovato entusiasmo per i lavori manuali, superando la riduzione del consumismo contemporaneo che aveva ridotto tutto a prodotto o servizio trasformando gli attori principali della nostra società in semplici consumatori, incapaci anche di riconoscere la qualità dei beni acquistati.
Secondo alcuni progettisti, il modernismo, che come fondamento aveva il desiderio di democratizzare il design, si è trasformato in un mero fatto estetico perché la produzione è diventata di fatto centralizzata, e le poche aziende e istituzioni che la controllano si sono fatte baluardi della difesa della proprietà intellettuale ma di fatto trasformandosi in meri gatekeeper con il potere di decidere cosa va prodotto in grande quantità oppure no.
Questa gabbia è stata infranta già da qualche tempo nell’ambito di musica, grafica e fotografia, perché si sono smaterializzati diventando pura informazione che viaggia alla velocità della luce. Se è sperimentata da tutti la possibilità di ascoltare un pezzo musicale o godere di una fotografia in modo completamente digitale – dove l’atto stesso di creazione e condivisione online significa generare un valore d’uso per qualcuno – lo stesso non accade per una sedia, un utensile o un capo di vestiario. In questi settori la parte materiale non può essere smaterializzata senza perdere anche la possibilità di fruirne. L’industria della musica si è trovata costretta a ripensare un modello che non ruota più intorno solo alle grandi star delle grosse major proprio nel momento in cui la musica non ha più bisogno di essere distribuita su dei supporti materiali venduti nei negozi di dischi ma è online e fruibile con un clic.
Nel caso invece della condivisione di un abito o di un oggetto, non basta il suo codice immateriale, per esempio il cartamodello o il disegno tecnico. È necessario un passo in più: la sua produzione.
Come i caratteri mobili hanno democratizzato la diffusione di cultura e informazione, così l’open hardware ha avviato un processo di democratizzazione della manifattura. Tutto perché ne possiamo influenzare e controllare più facilmente la progettazione senza dover essere ingegneri, designer, elettricisti. Siamo in una fase di transizione complessa, che non va interpretata solo alla luce dell’introduzione di una serie di tecnologie che facilitano i processi, ma piuttosto come un vero e proprio cambio di paradigma. Guardiamo, per esempio, al Repair Manifesto di Platform21. Si tratta di un gruppo di designer con base in Olanda che ha indagato la relazione tra consumatore e prodotto mettendo in connessione l’approccio professionale di chi progetta con la creatività amatoriale degli utilizzatori. Il loro manifesto vuole superare due ostacoli: la sempre più onnipresente obsolescenza indotta dei prodotti e l’ambigua dualità del concetto di riciclo che ti fa gettare gli oggetti con meno sensi di colpa.
Il secondo punto del loro manifesto recita: “Le cose dovrebbero essere progettate per essere riparate”. Ovvero: “designer di prodotto, rendi i tuoi prodotti riparabili. Condividi informazioni chiare per fare riparazioni fai-da-te. E tu, consumatore: acquista oggetti che possono essere riparati e altrimenti cerca di capire perché questo non ti è reso possibile. Sii critico e indagatore.”
Si tratta di un manifesto che non è nato da una reazione dovuta alla crisi economica e alla scarsità di risorse. Rappresenta invece un ragionamento centrato su come liberarsi dalla schiavitù delle tecnologie e mantenere il controllo sugli oggetti che usiamo. Perché saperli riparare significa anche poterli migliorare per assecondare le nostre esigenze, indipendentemente da chi li ha creati.
Nel corso degli ultimi 30 anni, sempre più spesso ingegneri, designer e progettisti si sono dovuti piegare alle esigenze di profitto delle aziende per cui lavorano. Hanno accettato di creare prodotti sempre più chiusi e artificialmente “irreparabili”. Allo stesso tempo, abbiamo assistito alla nascita di una corrente di innovatori interessati a una visione diametralmente opposta. Una visione ispirata dalle esperienze dell’open source di sistemi operativi come Linux. L’ambito in cui operano si chiama open design e open hardware e ha come scopo di creare prodotti intrinsecamente liberi perché impostati su una progettualità aperta, quasi come fossero dei perenni prototipi potenzialmente migliorabili da chiunque voglia metterci le mani e la testa. Spesso nascono imperfetti ma sono accompagnati da sufficienti informazioni e intelligenza per attivare partecipazione e co-progettazione.
La storia di Marcin Jakubowski, le sperimentazioni che stanno avvenendo in tutto il mondo nei laboratori nati dal basso ci mostrano come si possano produrre strumenti e cose, oltre la società dei consumi incarnata dalle stesse fabbriche che hanno inquinato i nostri territori, invaso la nostra immaginazione di oggetti di consumo inutili e rendendo concreta un’idea di scarsità artificiale che ha cercato di contagiare anche i beni immateriali.
Ci mostrano inoltre una strada da imboccare e su cui investire, in cui l’appropriazione dei mezzi di produzione significa innanzitutto condivisione di conoscenza in grado di trasformarci in cittadini attivi e liberi di determinare il mondo delle relazioni abilitanti a partire dalla costruzione degli oggetti che ci circondano e dagli strumenti che utilizziamo. Non perdiamo altro tempo e attiviamoci!

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